Pubblicato il 18/03/2026
Nessun dubbio che tutte le volta che sentiamo parlare di una città in cui musica, vita e passioni (di ogni ordine e grado) diventano quotidianità, la mente corra a Napoli. Una città da sempre attraversata da contrasti, dove i colpi di scena (più o meno teatrali) sono all’ordine del giorno e la realtà assume colori e forme a dir poco originali. Città “imprevedibile, a volte esasperante”, ma di cui non è facile fare a meno. Ne sanno qualcosa Ornella Falco e Alberto Bruno, anima e cuore di Live Tones Napoli Party, l’associazione che dal 2011 ha fatto risuonare la città delle note di grandi artisti della scena jazz contemporanea, nazionale e internazionale. Un impegno all’insegna della passione per Ornella e Alberto che, in perfetto stile partenopeo, hanno saputo sempre scorgere oltre le ferite e le inevitabili delusioni, i lampi di luce che annunciano il futuro. Che spesso è migliore di quanto ti aspetti.
A proposito di ‘ferite’, partiamo dalla cronaca più recente. Da appena un mese la città di Napoli è stata stravolta dalla perdita del Teatro Sannazaro. Come state vivendo questo momento?
Vivere Napoli per noi che ne facciamo uso non da turisti è la cosa più imprevedibile, a volte esasperante, ma sempre gradevole. Ogni giorno la città si presenta con un volto diverso nei colori, nella musicalità delle voci, nella luce dei suoi monumenti, e quando ti svegli con una notizia e ti accorgi che la città è stata depauperata di uno di questi elementi, allora il tuo viverla si incupisce, si silenzia. La tragedia del Sannazaro ci ha lasciato di stucco, non solo per la perdita materiale di una struttura artistica, ma soprattutto perché con l’incendio si è perso un bagaglio culturale del teatro napoletano sin dai primi del ‘900. Abiti di scena, foto e manifesti di repertorio, spartiti, copioni originali manoscritti e ogni altro oggetto che fa parte di una rappresentazione teatrale è stato spazzato via in una sola notte. Certo, con il tempo il Sannazzaro sarà ricostruito nei suoi stucchi e nei suoi decori, ma la Cultura raccolta in un secolo è persa. Una tristezza immensa per Napoli, ma anche per chi fa teatro napoletano o ne studia la sua storia.

E adesso parliamo dell’associazione Live Tones Napoli Party: quando è nata e con quali obiettivi?
Alberto – Il Live Tones Napoli Party nasce nel 2011 dopo molti anni di esperienza di entrambi. Io da tempo organizzavo live in varie location, spinto dall’amore per il jazz e per la conoscenza di molti jazzisti; mentre Ornella si occupava di pratiche artistiche e organizzazione di eventi in ambito istituzionale e privato, seguendone anche la gestione amministrativa. L’associazione è nata dalla passione di entrambi per questo genere musicale e dal desiderio di creare a Napoli un club jazz che nel tempo potesse diventare un punto di riferimento per quanti amavano questo tipo di musica. E in effetti l’associazione e il club sono nati allo stesso tempo e con lo stesso nome.
Il Live Tones Napoli Party
Alberto – SI! Il nome lo devo a Dado Moroni. Lo avevo incontrato in occasione di un suo concerto in zona flegrea e gli comunicai che avevo preso un locale e stavo per costituire un’associazione, ma ancora non sapevo come chiamare l’uno e l’altra. L’affetto di Dadone si dimostrò la mattina seguente, quando mi telefonò e disse che dato che per tutti i musicisti io ero Albertones, avrei dovuto scegliere un nome che terminasse in tones, e fosse preceduto da live, quindi Live Tones Napoli. Poi aggiungemmo Party per un riferimento alla gestione precedente della struttura.
L’obiettivo era ospitare concerti jazz di qualità con musicisti nazionali e internazionali, proponendosi come un luogo di aggregazione. Purtroppo, dopo poco più di tre anni di sacrifici, fisici ed economici, siamo stati costretti a chiudere, ma non ci siamo fermati. Per noi senza jazz non si può vivere e così, nel corso degli anni, abbiamo trasformato in house concert residenze storiche, strutture pubbliche, teatri. Guidati dal nostro entusiasmo abbiamo portato avanti i nostri obiettivi, sempre nel rispetto della musica e dei musicisti.

Ornella la tua storia da ‘operatore’ culturale inizia in un campo che non è quello musicale: ci racconti come il jazz è entrato a far parte della tua vita (privata e professionale)?
Si è vero, la vita mi ha visto nel ruolo di direttore storico dell’arte del Museo Archeologico di Napoli. Per 40 anni mi sono occupata di Arte pura, ma nel privato mi sono sempre interessata di varie forme artistiche, tra queste sicuramente un posto di rilievo lo ha rivestito la musica. Forse, anche per la presenza di una mamma diplomata in pianoforte e un papà che, anche se bancario, suonava il violino. Sono stati loro a educare il mio orecchio all’ascolto e a guidare le mie scelte in campo musicale. Scelte che mi hanno portato a privilegiare il jazz. Ricordo ancora, a più di trenta anni di distanza, l’emozione che mi suscitarono i concerti di Danilo Rea e di Roberto Gatto quando li ascoltai in Cilento a Vallo della Lucania, in occasione della rassegna estiva Finestra Jazz. E poi tanti altri che si sono susseguiti nel tempo e che mi hanno fatto decidere che questa musica, che non ho mai considerato un genere di nicchia, poteva far parte della mia attività professionale.
Una scelta che l’incontro con Alberto ha resa ancora più incisiva permettendomi di trasformare una passione in un impegno concreto. Infatti, nel mio ruolo al Museo, ho realizzato rassegne jazz che potessero avvicinare il pubblico museale a questa musica e, allo stesso tempo, permettere a un pubblico estraneo all’Arte pura di conoscere un oggetto archeologico. Ci sarebbe da raccontare tanto altro e tante altre occasioni che mi hanno indotto a fare queste scelte, ma non basterebbe un libro a raccoglierle.

E per Alberto, quando è scoccata la scintilla per la musica jazz?
Negli anni ’50, da giovane, mio padre militava in un quintetto vocale “I Cinque in Armonia”, aveva anche cantato per due anni consecutivi nell’orchestra di Armando Trovajoli, noto appassionato di jazz. Un’occasione che gli aveva dato l’opportunità di conoscere vari jazzisti. Lui era un grande appassionato di jazz, ricordo che sin da piccolo a casa ascoltavo questa musica e appena ho potuto ho iniziato a seguire i live a Napoli e poi in giro nei festival. Ho conosciuto tanti musicisti, di ogni nazionalità, ma l’occasione che ha cambiato tutto si è presentata nel 1999, quando un gruppo di amici, a conoscenza della mia competenza e passione, mi affidarono la direzione artistica della rassegna jazz in programma tutti i martedì ad AREA 17, un tendone da circo ospitato negli spazi della Mostra d’Oltremare di Napoli. E’ stato l’inizio di una serie di direzioni artistiche e di collaborazioni che mi hanno convinto ad aprire a Napoli un club jazz, il Live Tones Napoli Party.
Ci raccontate i progetti dell’associazione?
Oggi l‘Associazione è impegnata esclusivamente sulla realizzazione di una rassegna annuale, in programma da ottobre a giugno, che prevede uno o due concerti settimanali presso lo storico Bourbon Street Jazz Club. Si tratta di una rassegna di circa 50 concerti, di cui siamo direttori artistici e totalmente produttori, senza alcun finanziamento pubblico o privato. Sempre al Bourbon, manteniamo in vita il Summer Live Tones, ma in un format ridotto nel numero degli spettacoli, non potendo più usufruire del Maschio Angioino, struttura del Comune di Napoli dove in 11 anni abbiamo fatto esibire musicisti di grandissimo livello internazionale e nazionale. Curiamo anche la direzione artistica della sezione jazz di Piano City Napoli, progetto arrivato all’undicesima edizione e che ci impegna sempre più; e poi partecipiamo a vari bandi, non ultimo quello di Nuovo Imaie per le nuove produzioni discografiche live.
Due parole chiave che definiscono la vostra direzione artistica?
Ornella – Tradizione, ricerca e sviluppo di nuovi talenti. Ma quello che è importante è come il pubblico la definisce… Quindi direi: poliedrica, eterogenea, multisensoriale, ma il binomio da me preferito è eclettica e visionaria perché proponiamo stili e generi vari e rompiamo gli schemi.

Napoli e la musica jazz: che tipo di legame avete sviluppato con il pubblico delle rassegne e con il territorio in cui operate?
Ed eccoci alle note liete e dolenti! Per chi mi conosce sa bene che dove vedo una cosa che non va la dico apertamente, critico non per distruggere ma per costruire, purtroppo su questo argomento è molto difficile. Legami territoriali a Napoli sono uguali a zero. Il Comune indice manifestazioni di interesse o bandi a proprio uso e consumo e a volte addirittura le scelte dei progetti sono prive di qualità, ma ancor più grave idonei solo a far partecipare o l’associazione del cosiddetto ‘dietro l’angolo’ o associazioni e società che gravitano a livello nazionale e che si basano per la programmazione su altri finanziamenti che possono mettere in gioco.
Per noi associazioni medie, che puntiamo alla ricerca della qualità, l’innovazione e l’economia ridotta, diventa impossibile partecipare perché i paletti sono tantissimi. Se poi vogliamo mettere in campo anche i rapporti con gli altri organizzatori campani con i quali sarebbe logico lavorare in rete per economizzare le spese, qui ognuno si guarda il proprio orticello come se fosse geloso di scelte proprie che non possono essere condivise e ad ogni proposta di gruppi che si avanza c’è sempre la solita scusa: “Ho la programmazione già fatta”.
Ma veniamo alle note liete: il pubblico. Grazie al nostro impegno negli anni siamo riusciti a fidelizzare un pubblico che ci segue assiduamente e a cui si aggiungono anche i turisti che frequentano la zona, oltre agli amici degli amici che riconoscono alla rassegna la qualità e la ricerca di gruppi che non gravitano nei circuiti cittadini. La capienza della sala è di circa 70 persone sedute, quindi non parliamo di grossi numeri, ma per noi è fondamentale portare il jazz dove può esserci convivialità, scambio di opinioni e confronto.

Siete ormai tra le presenze più assidue (e attive) dell’appuntamento annuale Jazz italiano per L’Aquila: cosa ha rappresentato e rappresenta per voi questa esperienza?
Presenti dalla prima edizione! Quante gioie e quanti dolori, quante difficoltà e risoluzioni abbiamo vissuto, da ogni edizione siamo tornati carichi di entusiasmo, di nuove amicizie e avendo conosciuto tanti nuovi progetti musicali. Non dimenticheremo mai l’anno della raccolta di fondi per le terre del sisma. Arrivammo all’Aquila stanchissimi dopo una giornata con ben 12 concerti al Maschio Angioino; partimmo nel pomeriggio con la ‘Cassetta del cuore napoletano’ che custodiva i fondi raccolti, pochi forse, ma per noi un gran traguardo. L’evento aquilano lo consideriamo da sempre un momento di grande convivialità e aggregazione, ma anche di tante nuove idee e spunti che arricchiscono la programmazione delle nostre rassegne annuali. Inoltre, scoprire ogni anno la città in crescita grazie ai restauri, ci infonde fiducia e tanta positività. L’Aquila è una boccata di ossigeno per la musica e anche per noi.
Gettando il cuore al di là dell’ostacolo: il vostro augurio per il jazz italiano di domani?
Un augurio? Che il genere che amiamo tanto si diffonda sempre di più. Che si promuovano le nuove generazioni, che saranno il prossimo futuro del jazz nazionale e internazionale. Siamo convinti che le programmazioni dovrebbero aprirsi sempre di più ad artisti che non sono meno di altri musicisti più affermati e forse addirittura migliori. Far conoscere e supportare le nuove formazioni non significa proporre sconosciuti, bensì educare il pubblico a nuovi ascolti e nuovi indirizzi musicali che sono il futuro.
Scheda socio IJazz Live Tones Napoli Party ETS
