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Alceste Ayroldi firma “The Big Band Theory”, un viaggio appassionato con un’unica grande protagonista: l’orchestra jazz

Pubblicato il 21/08/2025

Home Page › Notizie › In evidenza › Alceste Ayroldi firma “The Big Band Theory”, un viaggio appassionato con un’unica grande protagonista: l’orchestra jazz

Se fisici, astronomi e scienziati di ogni ordine e grado hanno la loro ben nota teoria sulla nascita dell’universo – quella che qualcuno frettolosamente e con ironia pensò di archiviare definendola “Big Bang” – da qualche mese il mondo del jazz made in Italy ha la sua The Big Band Theory. E’ questo il titolo dell’ultimo lavoro di Alceste Ayroldi, critico musicale, saggista, musicista, docente, una vita spesa a raccontare il jazz in ogni sua tonalità, e tra i pochi in Italia a tenere costantemente accesi i riflettori su un genere musicale sempre in bilico, nel pubblico (e opinion leader) del Belpaese, tra passione e diffidenza.

Un lavoro nato sulla scia dei festeggiamenti per i primi cinquant’anni anni di attività del Brass Group e dell’Orchestra Jazz Siciliana, a cui è dedicato un capitolo specifico nel volume, e pubblicato da Minimum Fax. Centoventicinque pagine di puro jazz con le voci di grandi Maestri a fare da guida e un’unica grande protagonista: l’Orchestra Jazz.

Per rompere il ghiaccio partiamo dall’appellativo che usa Domenico Cogliandro nella prefazione del volume definendoti: “il nostro Poirot”. Come ti senti nei panni del famoso detective nato dalla penna di Agatha Christie e, soprattutto, trovato l’assassino?

Ahahahah! In realtà, il prof. Domenico Cogliandro, direttore del Centro Studi della Fondazione Orchestra Jazz Siciliana The Brass Group di Palermo, caro amico e persona fondamentale per la realizzazione di questo libro, penso abbia voluto appellarmi in tal modo, per via delle domande e della mia voglia di ricercare, di scavare, di indagare; in questo caso nell’attuale situazione delle orchestre jazz italiane. L’assassino, comunque, l’ho trovato: pare che stia confessando alle autorità competenti: come si suol dire sta vuotando il sacco raccontando tutte le sue malefatte.

Ora torniamo seri: ci racconti come è nata l’idea del libro “The Big Band Theory” e perché hai scelto di dedicare queste pagine proprio alle orchestre jazz?

Il Brass Group, lo scorso anno, ha festeggiato i suoi primi cinquant’anni di attività, ivi compresa l’Orchestra Jazz Siciliana, fondata dal presidente della Fondazione Maestro Ignazio Garsia. Abbiamo avuto modo di parlare delle difficoltà in cui si trovano le orchestre jazz, dal punto di vista amministrativo ed economico, soprattutto; difficoltà che avevo evidenziato nel settore della musica non lirico-sinfonica, già in altri miei lavori editoriali. L’OJS, che fino al 1985 si appellava Brass Group Big Band, è sicuramente tra le prime orchestre strutturate del nostro Paese e, quindi, il Maestro Garsia ha il “polso della situazione” in questo ambito, conoscendo tutti i problemi anche di logistica di un’orchestra.

Immagina cosa possa significare portare in tour un’orchestra, quale dispendio economico sia; capisco bene che per gli organizzatori è molto oneroso, soprattutto l’ospitalità diventa quasi impossibile. In ragione di tale circostanza, ho voluto approfondire questo universo, probabilmente piuttosto negletto anche dalla stampa, attraverso una serie di interviste rivolte ai direttori delle orchestre di jazz con una maggiore stabilità e con un programma piuttosto continuativo di concerti. Ho voluto sottolineare, se ce ne fosse stato bisogno, la sperequazione di trattamento, a livello sia di provvidenze economiche che di agevolazioni finanziarie, tra le orchestre jazz e quelle lirico-sinfoniche.

Protagonisti di queste pagine, e non poteva essere altrimenti, sono i direttori d’orchestra (16 i Maestri che hanno risposto al tuo invito, a cui si aggiungono i 4 direttori dell’Orchestra Jazz Siciliana e il suo presidente). Nel ripercorrere la loro esperienza le parole che tornano più di frequente sono: “passione”, “fatica”, “abnegazione”, quasi ci fosse un filo comune, eppure sono storie molte diverse tra loro. Quale elemento/i, a tuo avviso, definisce la peculiarità di un’orchestra jazz?

Ritengo che la peculiarità di un’orchestra jazz risieda nella produzione originale. Di orchestre di repertorio ce ne sono tante, così come ce ne sono tante che operano su fronti disparati, dal punto di vista musicale, ma chi svolge un’attività seria di produzione di musiche originali, con dei compositori e/o arrangiatori che creano qualcosa di nuovo, ce ne sono realmente poche in circolazione.

E’ di questi giorni la notizia del conferimento del Premio speciale della Federazione il Jazz Italiano al Maestro Ignazio Garsia, fondatore e presidente della Fondazione Orchestra Jazz Siciliana The Brass Group, a cui è dedicato un focus speciale nel libro. Quale è il valore di un’esperienza come quella dell’OJS nella diffusione/storia del jazz in Italia?

Come dicevo prima, il Brass Group è nato nel 1974; la circostanza che mi ha subito impressionato è stato il tourbillon di Giganti del Jazz che sono approdati a Palermo grazie a questo sodalizio e al Maestro Garsia: Charles Mingus, Carla Bley, Oscar Peterson, Chet Baker, Michel Petrucciani, Pete Rugolo, Bill Evans, Dexter Gordon, Joe Henderson, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Art Blakey, Max Roach, Dizzy Gillespie, Pat Metheny, Miles Davis, Toots Thielemans, Archie Shepp, Patti Austin, Martial Solal, Paolo Fresu, Enrico Rava, Eumir Deodato, Al Di Meola, Natalie Cole… potrei continuare per almeno un’oretta.

Non solo, l’orchestra è stata diretta dai più grandi direttori di sodalizi jazz: Toshiko Akijoshi, Bob Brookmeyer, Gil Evans, Gunther Schuller, la già menzionata Carla Bley che, il 29 febbraio 1988 presso il teatro Golden del capoluogo, incontrò l’OJS, anche con Steve Swallow, e decise che avrebbe voluto incidere con l’Orchestra Jazz Siciliana. E così fu e il risultato è stato immortalato dall’ECM di Manfred Eicher; così l’OJS può fregiarsi di essere, con l’Instabile Orchestra, uno degli unici due sodalizi orchestrali italiani ad aver inciso per la leggendaria casa discografica tedesca. Penso che ogni ulteriore considerazione sia superflua.

Alti costi di gestione, incertezza legislativa e organizzativa, mancanza di tutele statali: sono i mali che affliggono il mondo delle orchestre jazz. Una situazione che rispecchia il rapporto, piuttosto altalenante, tra questo genere musicale e il Belpaese. Chi meglio di te può fare una sintesi, magari scegliendo le due parole chiave per (progettare) il futuro del jazz italiano?

In primo luogo il jazz italiano deve recuperare pubblico e visibilità. E deve recuperare, soprattutto, i giovani che, per vari motivi, anche associati alle tecnologie, non frequentano più i concerti. E ciò in controtendenza con gli iscritti ai corsi jazz dei conservatori di musica: evidentemente occorre anche che i docenti sensibilizzino gli studenti e sottolineino l’importanza del live, senza partigianeria alcuna. Per arrivare ai giovani il jazz dovrebbe iniziare a utilizzare il loro linguaggio musicale, andare avanti e non guardarsi solo dietro: le spalle sono ben coperte, ma dietro l’angolo vi sono venti nuovi pronti a colpire e sottrarre audience.

E questi venti sono legati all’uso dell’elettronica e alla fusione di suoni che, i più talebani dei jazzofili, non tollerano. Se guardiamo le scene musicali europee: da Berlino a Londa, passando per i Paesi scandinavi, il pubblico è decisamente meno ageé di quello italiano. L’altra parola chiave è che il jazz, anche in Italia, deve avere una sua finestra sia nelle radio, che nelle TV: e non solo durante le fasce orario frequentate dai vampiri…

Nelle interviste che hai raccolto due proposte che sembrano trovare maggiore consenso: istituzionalizzare le orchestre a livello regionale e creare un’orchestra jazz nazionale. Pensi sia la strada giusta da percorrere?

Sì, lo penso. Aggiungerei che la istituzionalizzazione debba essere anche nazionale, le orchestra jazz devono essere riconosciute alla stregua delle fondazioni lirico sinfoniche. Occorre, ovviamente, lavorare dal punto di vista giuridico e amministrativo. E creare anche un organismo che funga da collante e stabilisca, democraticamente, delle regole valide per tutte le orchestre jazz. Ci stiamo lavorando.

I Centri di Produzione Musica hanno rappresentato un importante traguardo per il sistema del jazz italiano, ma sulle ICO Istituzioni Concertistiche Orchestrali i pareri che hai raccolto non sono unanimi. Come valuti la cosa?

Bene, benissimo. Il mio timore è che questa esperienza possa non ripetersi: sappiamo bene che quando si ha bisogno di soldi, i primi tagli sono effettuati nella cultura. Penso che sia necessaria una spinta a istituzionalizzare questi centri di produzione musicale e, quindi, la selezione di tutto (anche chi svolge compiti di direzione artistica e amministrativa) avvenga per bando pubblico, nella massima trasparenza e chiarezza.

Negli ultimi due anni, come Associazione I-Jazz abbiamo avviato un’importante riflessione sul tema del welfare culturale. Un aspetto che nel caso di un’orchestra jazz può essere declinato non solo come risposta ai bisogni culturali di una collettività, ma anche come strumento per migliorare le dinamiche sociali: “Non esiste un contesto più educativo e formativo di un’orchestra”. Cosa ne pensi? Potrebbe essere questo il traguardo da raggiungere, anche grazie al tuo libro?

Sarebbe fantastico. E spero che tale assunto e riflessione, che è ben accetta e chiara nel mondo del jazz, possa arrivare alle orecchie di chi ha in mano il pastorale e detta regole e tempi.

Sfatiamo una volta per tutte l’idea che la logica orchestrale sia antitetica all’anima del jazz?

Francamente non pensavo ce ne fosse bisogno, ma capisco bene che ci sono molte persone che ritengono che il jazz debba chiudersi in uno strettissimo ambito temporale-musicale. Qui parla la storia: vogliamo citare Duke Ellington, Count Basie, Benny Goodman, Tommy Dorsey, Artie Shaw e molti altri bandleader con le loro straordinarie orchestre? L’orchestra è una palestra per i giovani musicisti, perché hanno l’opportunità di stare al fianco dei più esperti e blasonati colleghi e poter imparare da loro; inoltre, i più giovani imparano le “regole” dello stare insieme che, purtroppo, l’insegnamento delle quali nelle accademie e conservatori viene trascurato.

Non dimentichiamoci che, allorquando a Duke Ellington veniva chiesto quale fosse il suo strumento, rispondeva sempre e con certezza: l’orchestra. Le orchestre sono la storia del jazz. Punto.

Lavorando su “The Big Band Theory” hai scoperto qualcosa sulla musica jazz che ancora non sapevi?

La scoperta è continua. Non solo quando si scrive un libro, ma anche quando si fa un’intervista, si scrive un articolo, si legge un comunicato stampa. E deve essere così: guai a sentirsi onniscienti e depositari del sapere. Purtroppo, però, quest’ultima “virtù teologale” alberga in diverse menti…

“The Big Band Theory”: una lettura preziosa per…

Stimolare la curiosità di sapere qualcosa di più sul funzionamento del jazz e, soprattutto, sulla situazione organizzativa di uno strumento prezioso qual è quello dell’orchestra.

Concludiamo con un tuo consiglio d’ascolto, rigorosamente dal repertorio orchestra jazz!

In primo luogo, tutte le orchestre rappresentate dai direttori intervistati nel libro: sono il fiore all’occhiello dell’Italia jazzistica e meritano maggiore attenzione e considerazione da parte di tutti.

Poi, giusto per sottolineare quanto detto prima, un paio di orchestre straniere: la tedesca Jazzrausch BigBand, formata da giovani, intraprendenti e bravissimi musicisti, che coniugano il jazz con l’house music (senza sortilegi elettronici) e fanno ballare i giovani di mezza Europa, anche strapazzando Beethoven; a seguire l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp, che sarà il 14 settembre a Firenze per il jazz festival organizzato da Musicus Concentus. E’ più che altro un large ensemble, ma ha delle caratteristiche che…sono da ascoltare. Chiudo con la Monique Chao Jazz Orchestra, fondata e diretta dalla pianista Monique Chao, che recentemente ha pubblicato un bel lavoro discografico.

Le orchestre del passato? ti chiederai: tutte, dalla prima all’ultima privilegiando il Duca.

Grazie Alceste, non ci resta che alzare il volume!

Anna D’Amico
per Italiajazz.it

Link alla scheda libro su Minimum Fax

Categoria: In evidenza Tag: Alceste Ayroldi, Angelo Valori, Antonino Pedone, Antonio Solimene, Domenico Cogliandro, Domenico Riina, Enrico Intra, Fabio Petretti, Ferdinando Faraò, Giovanni Agostino Frassetto, Ignazio Garsia, libro, Luca Rizzo, Mario Corvini, Massimo Morganti, Massimo Nunzi, Minimum Fax, orchestra jazz, Orchestra Jazz Siciliana, Paolo Damiani, Paolo Lepore, Pino Jodice, Pino Minafra, Riccardo Brazzale, Stefano Mastruzzi, The Big Band Theory, The Brass Group, Vito Giordano

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