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“Alla scoperta di Charlie Parker”: il nuovo lavoro di Franco Bergoglio

Pubblicato il 14/01/2026

Home Page › Notizie › In evidenza › “Alla scoperta di Charlie Parker”: il nuovo lavoro di Franco Bergoglio

Se c’è un aspetto che da sempre caratterizza la musica jazz è quello di essere una storia fatta di storie, che contengono altre storie, in un infinito intreccio di passione, vita e artistica imprevedibilità. Un mosaico di piccoli tasselli, che a volte hai bisogno di sorvolare per coglierne tutta la sua unicità. Ed è proprio questa la sensazione che si prova alla fine della lettura di Alla scoperta di Charlie Parker. Eredità culturale e storia di un gigante del jazz (Shake Edizioni), il nuovo lavoro di Franco Bergoglio.

Una maratona di oltre 350 pagine che racconta inquietudini, cadute e trionfi di un artista che, come pochi, ha saputo attraversare ogni confine tra musica, arte, letteratura, poesia, rivoluzionando in pochi anni l’idea stessa di musica jazz. Un’impresa che ha il suono inconfondibile di un battito di ali, veloce e inarrestabile. Ma andiamo per gradi, e facciamoci guidare in questo volo tra le pagine di Alla scoperta di Charlie Parker dal suo autore.

Franco ci racconti come e quando nasce l’idea di questo libro?

Nasce dalla mia tesi di laurea in Storia del jazz. Nel lavoro era presente un embrionale capitolo sulla ‘figura’ di Parker che nel 2020, nel centenario dalla nascita, la rivista online Mescalina mi ha chiesto di ampliare ed è diventato un mini-saggio. L’editore ha visto quel lavoro e mi ha proposto di riprenderlo. Lì sono nati i guai…

In che senso?

Perché a quel punto non volevo limitarmi a scrivere una storia della vita di Parker, ma affrontare questo mostro sacro cercando strade originali, ricerche su materiali inediti, nuove prospettive. Più facile da teorizzare che da fare e in effetti ci ho messo alcuni anni, tra approfondimenti, ripensamenti e, non lo nascondo, qualche angoscia. Più di una volta mi sono sentito inadeguato.   

In uno dei primi capitoli riporti le parole di Langston Hughes: “La vera musica bop è esasperata, selvaggia, frenetica, pazza e chi non ha conosciuto giorni scuri non la può capire”

Lo scrittore Langston Hughes ha scritto parole intense sul Bebop e su Parker, analizzando il lato sociale di questa musica. Ne parlo nel capitolo Manganellare i bopper. Uno dei fatti emersi durante le ricerche è che anche Parker è stato manganellato. E’ successo ad altri bopper come Miles Davis o Art Blakey ma di Parker questo aspetto non era così noto e nessuno lo ha mai contestualizzato nell’ambito della sua vita e arte. Al contrario di quel che si potrebbe pensare Bird ebbe una certa capacità nel NON cacciarsi nei guai. Con la vita che ha condotto in effetti gli incidenti documentati sono minori di quel che sarebbe lecito attendersi.

Che spazio occupa nella sua vita artistica quella che definisci un’educazione musicale ‘picaresca’: ?

Bird appartiene alla generazione di musicisti che hanno imparato dai colleghi e sulla propria pelle. Ha anche studiato musica a scuola per qualche anno, ma come racconto nel capitolo La breve vita furiosa di Charlie Parker nel corso della sua carriera di jazzista girovago ha appreso pezzi di teoria, trucchi tecnici, esercizi e malizie dai musicisti che incontrava. Un’istruzione decisamente ‘on the road’. Dal suo mentore Buster Smith a oscuri direttori d’orchestra, la formazione di Parker diventa una sorta di epopea americana e io cerco di raccontarla come tale a partire dal titolo del capitolo alla Hemingway.    

L’appellativo Bird decine di storie diverse: la tua preferita?

Il soprannome Bird ha ricevuto diverse interpretazioni, è noto. Nel libro ne riporto anche una poco nota che arriva dalla stessa bocca di Parker e proviene da un’intervista d’epoca. Forse, la più bella spiegazione del nome (e di molto altro) l’ha data Gianfranco Salvatore qualche anno fa nel libro Charlie Parker. ‘Bird’ e il mito afroamericano del volo. Personalmente, credo non ci siano dubbi sul fatto che il sax di Parker volasse, letteralmente!

“Quello del Natale del ‘49 era il miglior jazz di New York”: chi era Charlie Parker nella New York del ’49?

Questa citazione fa riferimento in particolare a un concerto che si tenne la notte di Natale e che consacrò Parker idolo di New York. Bird fece faville in un concerto dove si alternavano diversi gruppi con molte stelle: Bud Powell, Miles Davis con Sonny Stitt al sax alto (in questi anni un clone indistinguibile da Bird), Max Roach, Stan Getz, Lennie Tristano e Lee Konitz in sestetto, Sarah Vaughan. Per Parker l’apoteosi era doppia: il pubblico ne aveva appena decretato il trionfo nei poll di Metronome 1948 come migliore sax alto, con il triplo dei voti rispetto al secondo, Johnny Hodges. Quello fu uno dei momenti più alti di una carriera che dura pochi anni e nei quali quelli ‘buoni’  – con Parker che si esprime al massimo delle proprie capacità inventive – sono una manciata. Essere il re a New York nel secondo dopoguerra significava trovarsi nel centro del mondo jazz (e non solo!).

Inevitabile affrontare il capitolo del rapporto tra Bird e il gemello artistico, Dizzy Gillespie econ l’allievo Miles Davis. Se dovessi scegliere due immagini per definirli?

Con Gillespie l’immagine che mi viene in mente è: fuochi d’artificio. Il loro incontro fino alle ultime incisioni, quando ormai le strade si erano separate, è segnato da un succedersi di sfide continue, da un rincorrersi scoppiettante. Quello con Davis è un rapporto diverso, conflittuale. Non voglio svelare troppo, nel libro affronto il tema meglio: comunque consiglio di leggere (o rileggere) l’autobiografia di Davis e osservare quante pagine sono dedicate a Bird. La cosa potrebbe stupire e generare interessanti domande sul loro rapporto.

Nel libro dedichi molte pagine al “travagliato cammino del Bop”. Da musica che “prende le distanze dai musicisti neri ‘zii Tom’, che si adeguavano alle richieste del mondo dello spettacolo”, arrivando presto al declino, a “Tutto il jazz mainstream deriva dal bebop”. Per Franco Bergoglio tutto questo ha il sapore di una rivincita?

La mia è una analisi, cerco sempre di inquadrare i fenomeni nel corretto quadro storico. Il Bebop è passato da fenomeno d’avanguardia e di rottura a grammatica di base del jazz. Un fenomeno che ha contraddistinto anche altri movimenti artistici precedenti, dalla letteratura alla pittura, in particolare quei movimenti che si sono posti come alternativa allo status quo per poi diventarlo a loro volta. Su questo già dai tempi della prima stesura del saggio mi sono rifatto a uno storico dell’arte come George Kubler, mai utilizzato in ambito jazz. Nel libro inoltre faccio ricorso alla categoria di modernismo intrecciando vari autori. Anche questa è una piccola novità della mia ricerca e serve a inserire il Bebop nel corretto flusso culturale novecentesco.

Cosa ha reso Charlie Parker e la sua musica un modello ispiratore di un intero movimento letterario come la Beat Generation? Per Fernanda Pivano: “Una pagina di Kerouac è come ascoltare un assolo di Charlie Parker.

In rete si trova il video di una classe di Conservatorio che fa lezione su Parker dove tutti gli studenti cantano all’unisono uno dei suoi temi. Ascoltando le voci dei ragazzi che ripropongono l’assolo, lasciandosi trasportare dalle capriole immaginate da Bird, dalla bellezza del suo discorso si capisce che alla fine conta solo la musica. I migliori momenti di Parker sono pura gioia, note senza tempo. Sono questi gli aspetti che lo hanno reso universale.  

In Parker musica e vita sono alla “ricerca di un’identità culturale prima che politica”?

Il Bebop di per sé è stato un fenomeno dai risvolti politici. Sartre potrebbe affermare che dei Neri nell’America degli anni Quaranta con la pretesa di fare una musica ‘d’arte’ sono per definizione “soggetti politici”. L’intreccio Parker-società è complesso da definire, ambiguo. La ricerca (o la non ricerca) di quell’identità è il perno del capitolo La maschera di Parker.

In uno dei capitoli finali del libro riporti la frase che Al Cohn rivolse a un giovane musicista fuori da un locale dove suonava Parker: “Vai dentro e ascolta la verità̀”. C’è un brano di Parker che descrive al meglio questa verità?

Un brano? Ko Ko, Relaxin’ At Camarillo, Parker’s Blues, il solo su Night in Tunisia, Lover Man…Ma uno è troppo poco! Nel libro ho scelto e commentato dieci capolavori di Parker. Oggi si ascolta la musica in streaming su Spotify o You Tube un brano alla volta: per agevolare giovani lettori o neofiti ho segnalato un numero di pezzi ristretto. Per gli appassionati di vecchia data o coloro che vogliono approfondire invece indico i dischi, partendo da quelli più belli, dai cofanetti rappresentativi e dagli inediti migliori.

“Parker correva più di tutti”: velocità ed eccesso sono le parole che spesso ritornano quando si parla di Bird, anche per descrivere la sua “morte rock”.

Nel libro spiego perché quella di Parker è una “morte rock”. Uno degli argomenti deriva dall’aver trovato del materiale d’archivio inedito per le biografie parkeriane che giustifica in pieno la definizione. Nel capitolo Il daimon del sassofono provo a smontare il mito di Bird prendendo i frammenti culturali che genera ed esplorandoli in maniera libera. Lì parlo del “sassofono di seta e di quello alla benzedrina”: un modo originale per paragonare due grandi del sassofono come Lester Young e Parker utilizzando una luce insolita e poetica.

Se dovessi consegnare una parola chiave al lettore che inizia a sfogliare il tuo libro?

Chiudo il libro con un florilegio di decine di citazioni e testimonianze (da Woody Allen a Carla Bley, da Bill Clinton a Eric J. Hobsbawm, da Maya Angelou a Charlie Watts) suddivise per temi nelle quali ogni lettore può trovare assonanze con altre parti del lavoro o idearne di proprie.

Link al sito di Shake Edizioni / Alla scoperta di Charlie Parker

Categoria: In evidenza Tag: Alla scoperta di Charlie Parker, Bebop, Bird, Charlie Parker, Franco Bergoglio, jazz, libro, novità, Shake Edizioni, storia del jazz

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