Pubblicato il 17/02/2025
Con l’improvvisazione irrompe nella composizione una dimensione libera, ma anche il gusto per la costruzione, la forma offre ai grandi improvvisatori spazi creativi stimolanti. Questa ambivalenza mi ha sempre affascinato. Naturalmente il jazz non è soltanto questo, può essere anche solamente uno stato d’animo, che imprime uno stile anche quando l’improvvisazione è ridotta all’osso. Puoi trovare il perfetto equilibrio di una canzone come “Ev’ry time we say goodbye” con Ray Charles e Betty Carter, oppure i voli lirici di Albert Ayler dove l’equilibrio lascia definitivamente il posto alla materia. Il linguaggio è quello, la forma cambia, anche radicalmente. Che sia per questa sua estrema duttilità che il jazz mi è sempre parso la più libera, la più umana delle musiche?
Massimo Giuseppe Bianchi, direttore artistico della rassegna Musica a Villa Durio
1. Martial Solal | Suite n.1 in d flat major
2. Muhal Richard Abrahms | Blues Forever
3. Ray Charles Betty Carter | Ev’ry time we say goodbye
4. Johnny Griffin | Isfahan
5. Brad Mehldau | All the things you are (da “Art of the Trio” vol. 4)
6. Franco D’Andrea | ‘O sole mio (da “3 lines”)
7. Albert Ayler | For John Coltrane (da “Live on Greenwich Village”)
8. Keith Jarrett Trio | My Funny Valentine (da “Still Live”)
9. Pat Metheny Lyle Mays | September Fifteenth
10. Orchestre National de Jazz dir. Paolo Damiani | Argentiera
11. Sullivan Fortner | I’m all smiles
12. Cassandra Wilson | You don’t know what love is
13. Keith Jarrett Quartet | Personal mountains
14. Carmen McRae | Listen to Monk
15. Robert Glasper Experiment | Find you
