Pubblicato il 20/01/2025
Il 2025 si annuncia come un anno molto importante per il mondo del jazz italiano e decisamente impegnativo per Angelo Valori, da appena due mesi presidente dell’Associazione I-Jazz. Obiettivi immediati e strategie di lungo periodo, parole chiave da tenere a portata di mano, sfide che richiedono visione e concretezza. Sono queste le linee guida scelte da Angelo Valori per la sua nuova ‘avventura’ a sostegno del jazz italiano, sempre all’insegna di un’idea di etica e qualità artistica che risale a due indimenticati (e indimenticabili) Maestri, con la consapevolezza che l’innovazione non debba diventare un linguaggio esclusivo e difficile.
Partiamo dal presente: le due parole chiave che Angelo Valori, presidente dell’Associazione I-Jazz, sceglie per il 2025?
Per il 2025 sceglierei “inclusione” e “innovazione“, due aspetti che possono sembrare antitetici, ma che sono fondamentali per il futuro del jazz. L’innovazione, attività strettamente connessa alla nostra musica e alla ricerca artistica, è necessaria perché ci permette di immaginare e costruire il futuro. L’inclusione è essenziale perché il jazz italiano, oggi più che mai, deve rafforzare i legami tra pubblico, musicisti, organizzatori e istituzioni per ampliare e valorizzare una scena sempre più inclusiva, incrementando le reti e la sostenibilità ambientale.

E allargando lo sguardo: quale consideri la sfida più urgente che il jazz italiano si trova ad affrontare oggi?
La sfida più importante è rinnovare e ampliare il pubblico senza perdere la qualità del linguaggio jazzistico, che io immagino nel suo essere plurimo e contaminato (parola ormai abusata, ma funzionale per sottolineare una continua ricerca dell’altro). Il jazz deve uscire dai suoi spazi tradizionali e cercare nuove opportunità, dialogando con nuovi linguaggi e territori. È fondamentale soprattutto coinvolgere i giovani, affinché il jazz non venga percepito come un genere “di nicchia”.
Tra gli ultimi progetti che ti vedono protagonista c’è la nascita del Centro di produzione Adrimusic: con quali aspettative e quali i primi obiettivi raggiunti?
Adrimusic nasce con l’obiettivo di creare uno spazio produttivo nuovo nel campo dei linguaggi contemporanei, soprattutto del Jazz e della Canzone d’autore, che coinvolga artisti di valore internazionale ma anche valorizzi i giovani artisti locali, con una grande attenzione al gender balance. L’idea è che Adrimusic sia un ambiente fertile per la creatività, la sperimentazione e la collaborazione tra artisti.

Tra i primi obiettivi raggiunti ho particolarmente a cuore le produzioni di grande successo come la collaborazione della Medit Orchestra con straordinari musicisti (Manhattan Transfer, Dee Dee Bridgewater, Take 6, Fabrizio Bosso, Sergio Cammariere, Maria Pia De Vito, Ada Montellanico, Rita Marcotulli, Morgan, Karima, Serena Brancale, Avion Travel). Tutto questo in soli tre anni di attività, durante i quali molti giovani del nostro territorio, soprattutto donne, hanno avuto un’esperienza professionale e artistica con musicisti di questo valore stratosferico. Un altro importante riconoscimento è il patrocinio del Premio Tenco, una collaborazione che ci onora.
Cosa significa fare ricerca e innovazione nel campo musicale oggi in Italia, e nel jazz in particolare?
Per me fare ricerca oggi significa andare oltre le convenzioni, aprirsi ad altri linguaggi, continuare a cercare l’altro, come è nella natura del jazz. Quindi, lavorare sul rapporto tra linguaggi locali e globali soprattutto in un’ottica multidisciplinare.
Significa anche esplorare nuove possibilità sonore e creare un rapporto fecondo con l’uso della tecnologia, che ha moltiplicato le opportunità creative e distributive, ma che richiede una nuova consapevolezza. Innovazione sicuramente non significa, a mio modo di vedere, creare necessariamente un linguaggio esclusivo e difficile, poiché la complessità non necessariamente ha a che fare con la bellezza e l’autenticità artistica.

Nei tuoi progetti artistici hanno sempre trovato spazio musica classica, repertorio popolare e jazz: qual è il filo rosso che li tiene uniti nel ‘mondo musicale’ di Angelo Valori?
Ho una formazione classica da sempre curiosa e votata alla contemporaneità. Sono molte le musiche che mi hanno influenzato, ognuna con la sua specifica capacità di indagare e raccontare l’essere umano. Del jazz ho sempre amato lo spirito di libertà e la capacità di costruire un dialogo con le altre culture, caratteristiche che riscontro anche in molti settori della musica popolare contemporanea.
Due Maestri di cui senti la mancanza?
Ennio Morricone e Aldo Clementi, due musicisti molto diversi tra loro, che hanno in comune l’essere stati studenti di Goffredo Petrassi. Morricone è per me un esempio dell’incomprensione che si può creare tra il mondo accademico e il riconoscimento dell’innovazione e della qualità artistica.
Aldo Clementi, di cui sono stato allievo, mi ha insegnato il valore etico dell’essere musicista. Ricordo ancora una frase, nella quale testimoniò che il valore essenziale per un artista è quello di scegliere, rinunciando a seguire le tante sirene che possono attrarci nel nostro percorso.
Un suggerimento per un giovane musicista a corto d’ispirazione?
Il consiglio è quello che do sempre ai miei studenti, di studiare e lavorare moltissimo e di non arrendersi di fronte alle difficoltà che si incontrano. Abbiamo una formazione idealistica che dà giustamente una grande importanza al talento e all’ispirazione, ma dovremmo tutti insistere di più sul fatto che anche nelle attività artistiche la capacità e la continuità di lavoro sono aspetti essenziali.
ph Angelo Valori © Paolo Iammarone
