Pubblicato il 19/02/2024
Il viaggio alla scoperta dei musicisti selezionati per l’edizione 2024 del progetto Nuova Generazione Jazz prende il via da Marostica, in provincia di Vicenza, la città in cui vive Valentina Fin, la protagonista della nostra prima intervista. Un talento, quello di Valentina, guidato dalla passione per tutto ciò che ha a che fare con la cultura e l’arte e che ha scelto la musica per “affrontare” la sfida più importante per un artista: esplorare se stesso all’insegna della consapevolezza e della sperimentazione. Un mondo, quello di Valentina Fin che, a partire dal sorprendente e originale progetto Cohors, è un vero e proprio invito a vivere la professione del musicista senza confini prestabiliti e con un occhio di riguardo verso il pubblico, da coinvolgere e “coltivare”.
Quando hai deciso che avresti voluto essere una musicista?
Ho da sempre nutrito una profonda passione per la cultura, un ambito in cui mi sento totalmente a mio agio. Dopo aver ottenuto la mia prima laurea in Beni Culturali nel 2014, ho preso la decisione consapevole che, tra le varie forme d’arte, la musica sarebbe diventata la mia principale forma di espressione. Ho scelto la musica come il medium attraverso il quale avrei potuto meglio rappresentarmi e comunicare ciò che sentivo dentro di me. È stato questo il motivo che mi ha spinto ad iscrivermi al Conservatorio. Non potrei identificare un momento preciso o un evento specifico che mi abbia fatto prendere questa decisione. Piuttosto, è stata una consapevolezza che si è sviluppata nel corso del tempo, alimentata dall’esplorazione di me stessa come artista attraverso i vari progetti che ho sviluppato. È stato comprendendo sempre di più la mia dimensione nella musica che ho deciso di perseguirla con sempre maggior determinazione ogni giorno.
Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica jazz?
A Marostica, in provincia di Vicenza, città in cui vivo, c’è un bellissimo jazz club che si chiama Panic, situato proprio in una piazza caratteristica dove ogni anno si tiene una partita di scacchi viventi. Qui risiedono i miei primi ricordi legati al jazz, un tempo in cui, insieme al mio ragazzo del liceo, già batterista jazz, frequentavamo il club, con i concerti di artisti del calibro di Gilad Hekselman e Ambrose Akinmusire. Sebbene allora non comprendessi appieno la complessità di quella musica jazz, ne ero profondamente affascinata e attratta. Tra i ricordi più cari, conservo anche le stimolanti lezioni di storia della musica del XX secolo all’Università di Trento, tenute dal professor Uvietta, le quali hanno contribuito alla mia tesi sulle origini del jazz in Italia.
Se c’è un filo rosso che contraddistingue la tua carriera è quello dell’innovazione, come dimostra anche il lavoro che state portando avanti con Bacàn: cosa significa per te parlare di musica innovativa e cosa invece significa avere un approccio innovativo alla musica?
Innanzitutto, desidero esprimere la mia gratitudine per la tua domanda. Sono estremamente felice di sapere che la componente di innovazione che cerco di introdurre nei miei lavori, incluso Bacàn, venga percepita e apprezzata! Ritengo che uscire dai confini dei “generi” convenzionali sia una forma di innovazione. Mi piace sperimentare in questo senso, seguendo ciò che mi appassiona e ritengo giusto per me, anche quando non rientra nei canoni tradizionali del genere al quale mi identifico. Questo percorso di consapevolezza e autoconsapevolezza è ancora in corso, ma mi consente di esplorare nuove prospettive.

Considero innovativa anche l’approccio multidisciplinare che sto sempre più integrando nei miei progetti e nelle residenze artistiche di Bacàn. Trovo affascinante (e forse innovativo) lavorare in modo poliedrico nella musica: essere sia artista che direttore artistico, progettista, mantenendo aperte entrambe le sfere. Credo che questo approccio sia cruciale in qualche modo. Non credo nell’idea ormai antiquata che un musicista debba limitarsi esclusivamente alla performance, ma piuttosto che diverse componenti siano parte integrante di questa professione: ricerca, sperimentazione, sinergie con altre discipline e gestione, tutte unite in un processo di co-progettazione e collaborazione con altre realtà.
Ritengo che l’assunzione di rischi sia un altro elemento di innovazione, sia nell’ambito musicale, uscendo dai canoni consolidati, che nel ruolo di ‘imprenditrice’ nel settore musicale.
Come nasce l’idea di Cohors?
Cohors nasce da una mia convinzione secondo cui la musica jazz e quella antica condividano molte caratteristiche comuni. Da alcuni anni mi dedico anche al canto rinascimentale e barocco, attualmente frequentando il primo anno del biennio al Conservatorio. Lo studio approfondito di questo repertorio ha ispirato la mia prima esplorazione dei legami tra questi due generi musicali.
Tuttavia, Cohors nella sua forma attuale è il risultato anche della visione di Matteo Gabutti dell’Associazione 4’33. Grazie a un finanziamento ottenuto attraverso un bando ministeriale, basato proprio sulla mia idea artistica, abbiamo avuto l’opportunità di realizzare una residenza di una settimana a Mantova, presso le affascinanti sale di Palazzo Te. Questa prestigiosa location, simbolo del Rinascimento italiano, ci ha ispirato a lavorare sulla musica di quel periodo, reinterpretandola in chiave contemporanea. Ritengo che l’improvvisazione, la percezione ritmica e l’approccio al testo siano aspetti che legano profondamente il jazz e la musica antica. Pertanto, ho formato un ensemble appositamente selezionato per esplorare questa visione artistica. Ad arricchire ulteriormente il progetto, abbiamo avuto la collaborazione di Camilla Monga, danzatrice e coreografa, che ha improvvisato con noi su queste ‘musiche antiche’, esse stesse spesso delle danze.

Quali sono i tuoi obiettivi per questo progetto?
I miei obiettivi per Cohors abbracciano due dimensioni fondamentali. In primo luogo, mi impegno nel perfezionamento artistico del progetto. Sto dedicando tempo ed energia a rifinire i brani, adattandoli alla mia vocalità e perseguendo un suono che abbracci la sperimentazione, come ho avuto modo di fare durante le residenze e i primi concerti. L’improvvisazione continua a essere un elemento centrale in questo percorso. Inoltre, sto esplorando nuove modalità di coinvolgimento del pubblico, anche se preferisco mantenere alcune sorprese ancora nascoste!
Oltre a ciò, nutro il desiderio di portare il nostro lavoro in giro per l’Italia e oltre confine. Sono entusiasta di annunciare che abbiamo registrato anche un album, che sarà presto pubblicato per Da Vinci Records. Non vedo l’ora di condividere questa nuova musica con tutti voi.
Quali sono invece i tuoi prossimi obiettivi professionali e artistici?
Guardando al futuro, il mio obiettivo artistico primario è portare sul palco i progetti che ho sviluppato nel corso dell’ultimo anno. Nel 2023 ho avuto il privilegio di vedere pubblicati quattro dischi che mi hanno coinvolto profondamente, l’ultimo dei quali è stato lanciato lo scorso novembre. Attualmente sto concentrando i miei sforzi per trasformare queste opere in esperienze live coinvolgenti. Allo stesso tempo, desidero esplorare la connessione tra la mia musica e l’elettronica. A tal fine, ho programmato di lavorare in residenza con Federica Furlani per sviluppare il progetto Rodari Connection. Inoltre, sono interessata a esplorare il tema dell’accessibilità nella mia musica e ho recentemente fatto conoscenza con un artista sordo-muto. Spero di poter collaborare con lui in futuro, se sarà possibile, per integrare questa prospettiva nella mia arte.

Parallelamente alla mia attività artistica, sto portando avanti un progetto di ricerca come assegnista presso AIKU, il centro di ricerca di Ca’ Foscari a Venezia, focalizzato su Arte, Impresa e Cultura. Nutro il desiderio di continuare questo percorso di ricerca, magari approfondendo alcuni aspetti della musica sperimentale e dell’ecosistema musicale locale attraverso un dottorato.
Come hai già accennato ti capita sempre più spesso di lavorare come direttrice artistica e di gestire progetti culturali: come si concilia questo con la tua carriera artistica e quali aspetti positivi trovi in questo connubio?
Come ho già sottolineato, trovo molto stimolante lavorare in modo versatile nel campo della musica. Non aderisco più alla visione superata che relega il musicista alla sola esibizione; al contrario, considero essenziale che la professione musicale comprenda una vasta gamma di elementi: ricerca, esperimento, sinergie interdisciplinari e competenze gestionali. Questi fattori nel mio caso convergono in un processo di co-progettazione e collaborazione sinergica con altri settori.
Essere anche un’operatrice culturale mi ha permesso di acquisire una migliore comprensione del funzionamento dell’ecosistema culturale in cui noi artisti operiamo. Credo che questa prospettiva interna possa apportare un valore aggiunto, specialmente per quanto riguarda la gestione delle relazioni. Inoltre, grazie al mio ruolo, ho avuto l’opportunità di incontrare numerosi nuovi musicisti e di osservare da vicino il processo creativo che li contraddistingue durante tutte le fasi delle residenze artistiche che organizziamo. Desidero esprimere la mia gratitudine ad Augusto Dalle Aste, co-fondatore di Bacàn, il cui sostegno e la cui visione sono state fondamentali per ottenere tutti i meravigliosi risultati che abbiamo raggiunto e per le cose ancora migliori che verranno quest’anno!

Con Cohors sarai impegnata, quest’anno, all’interno del programma annuale di I-Jazz, “Nuova Generazione Jazz”: parliamo di ricambio generazionale, quindi, da un punto di vista musicale e artistico, ma cosa succede con il pubblico? Cosa pensi a riguardo?
Siamo davvero felici e non vediamo l’ora di iniziare a suonare. Per un bandleader come me, avere a disposizione una struttura come questa è di enorme valore, poiché ci consente di organizzare un tour per un progetto come il nostro. Riconosco che, dal punto di vista del pubblico, talvolta possa esserci un certo disinteresse da parte dei miei colleghi della “nuova generazione jazz”. È vero che il pubblico giovane spesso è poco presente, ma sono convinta che dando fiducia ai giovani e offrendo loro opportunità di esibirsi in contesti prestigiosi, come festival o club, le cose possano migliorare. Penso che i giovani siano attratti dalle proposte interessanti dei loro colleghi contemporanei e che la curiosità li spinga ad ascoltare.
Per la nostra esperienza con Bacàn, il coinvolgimento del pubblico è sempre stato fondamentale. Cerchiamo di intercettare il pubblico giovane attraverso la qualità della nostra proposta e una comunicazione fresca. Personalmente, ritengo che il pubblico debba essere coltivato. Troppo spesso, il sistema dei finanziamenti fa sì che gli organizzatori non si preoccupino del pubblico, perché alla fine, i fondi arrivano comunque. Questo approccio non favorisce la partecipazione attiva del pubblico, che invece andrebbe incoraggiata, preparata e coinvolta, come stiamo facendo valorizzando i progetti anche oltre al concerto. Viviamo in una società che valorizza l’economia dell’esperienza, e ritengo che questo concetto debba essere applicato anche agli spettacoli dal vivo.
Da musicista, giovane ma con già molta esperienza maturata e una visione ben strutturata e aperta, a che punto pensi che sia il jazz italiano attualmente?
Ritengo che il jazz italiano stia attraversando un periodo stimolante. Si avverte un senso di fermento tra i giovani artisti e, al contempo, si percepisce una crescente apertura e disponibilità verso i giovani da parte della “vecchia guardia”, se mi si permettete l’espressione. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una notevole crescita sia in termini di qualità artistica che di visibilità internazionale, sebbene l’attività di export risulti, almeno per me, ancora complessa. Tuttavia, ritengo che manchi per molti musicisti ancora una piena consapevolezza della propria figura professionale e del funzionamento del sistema. Emergere nel panorama jazzistico richiede non solo competenze musicali, ma anche relazionali e tutto questo è molto complesso da sostenere, soprattutto perché questa attività non è retribuita e anche i concerti sono pagati molto poco. Spesso si ha la sensazione di dover restare costantemente sulla cresta dell’onda, poiché la perdita di un incontro o di un’occasione potrebbe significare essere esclusi dal circuito.
Entrare nell’ecosistema del jazz italiano può risultare quindi particolarmente arduo per un giovane musicista, ma programmi come questo possono sicuramente rappresentare un aiuto. Ritengo che temi quali l’uguaglianza di genere e l’accessibilità meritino ancora approfondimenti e azioni concrete. Tuttavia, è incoraggiante notare una crescente apertura verso nuove influenze e approcci musicali, che contribuiscono ad arricchire ulteriormente la scena jazzistica nazionale. Nonostante ciò, ci sono ancora sfide da affrontare, come la necessità di maggiori investimenti nella promozione e diffusione del jazz, sia a livello nazionale che internazionale. Tuttavia, mi conforta osservare un crescente senso di impegno e iniziativa tra i giovani organizzatori. Si sta delineando una rete di giovani realtà, collettivi, gruppi informali e associazioni che promuovono residenze, orchestre partecipative, collettivi di improvvisazione, seminari e concerti. Questo spirito di iniziativa mi infonde fiducia per il futuro della scena jazz italiana.
Link al progetto Nuova Generazione Jazz 2024
