Pubblicato il 19/01/2024
“Non è la vertigine della lista e neanche la lista dei miei migliori (chissà quali sono). Questa è solo una lista di dischi giovanili, in gran parte vinili, a partire da quelli che, per lo più negli anni ’70 (del secolo scorso), mi sorpresero nel fior dell’adolescenza e mi fecero varcare la porta del jazz. Senza ritorno.”
Riccardo Brazzale, direttore artistico Vicenza Jazz – New Conversations
1. Max Roach | Drums Unlimited – St. Louis Blues
Nella mia cronologia è il disco numero 1, come il primo dollaro di Paperon de’ Paperoni. Me lo regalò mio fratello, batterista rockettaro, che se l’era preso per sé ma poi fece con sé la scommessa che da me avrebbe fruttato di più. Alcuni brani sono consumati più di altri: The Drum Also Waltzes, Nommo e soprattutto St. Louis Blues. La scoperta di una musica per sola batteria, con tanto di tema e variazioni; un brano dal nome africano costruito su un tempo inusitato in 7/8; un blues anomalo che era già uno standard a mia insaputa, riletto in modo ancor più stravagante. E la tromba di Freddie Hubbard. Tradizione e creatività: c’era già tutto.
2. Gene Krupa and His Orchestra | How High The Moon
Alla stanza del jazz si poteva e si può accedere da tante porte. Da quelle di certa musica classica o, come accadeva in quegli anni, dalla porta del rock. Per me non fu così. Da adolescente suonavo il liscio con padre, fratelli e amici nella trattoria in montagna, dove la gente ballava fra i tavoli. Solo me ne vo per la città: non sapevo il motivo ma quando suonavamo i fox-trot mi divertivo di più. Entrai nel jazz dalla porta dello swing. Nel negozio di strumenti musicali vendevano anche dei dischi e fu probabilmente il fratello batterista a dirmi che Gene Krupa era uno importante. Quella canzone, How High The Moon, era un destino e l’avrei ritrovata in Ornithology di Parker, in Lennie-Bird di Tristano e persino in Straight, No Chaser di Monk. Era un brano nato per far ballare ma il tenore di Charlie Ventura ruggiva come pochi e l’elegante arrangiamento era del giovane Gerry Mulligan. Ma questo lo scoprii dopo: allora non pensavo che anche gli arrangiatori potessero dare un senso alla vita di tutti noi.
3. Oscar Peterson | Hello Herbie – Naptown Blues
In questa lista ci sono molti dei pianisti che hanno fatto la storia del jazz. Però per qualsiasi giovane studente di pianoforte alla prima volta che ti imbattevi anche fortuitamente in Oscar Peterson era come uno schiaffo di Batman a Robin. Questo incontro di Peterson con il chitarrista Herb Hellis non ha certamente lasciato grandi tracce lungo la storia della nostra musica ma è stato il mio primo Peterson: fu una solenne sbornia, iniziata da quel velocissimo blues in Bb. Poi, come tutte le sbornie, passò.
4. Duke Ellington & John Coltrane | Angelica
Questo fu il disco che mi fece capire che la mia musica classica, la mia musica d’arte era il jazz. Questo disco, è ben noto, è uno scrigno di gioielli fra i quali di solito, e a buona ragione, si sceglie il primo della serie, In A Sentimental Mood. Eppure, Angelica, sopra quel ritmo afro scandito da Elvin Jones sui tom, mi lasciò subito il segno delle ubriacanti onde sonore di Coltrane. Non conoscevo ancora il Trane più esagerato, quello invasivo e conturbante, così questo, giusto un po’ più trattenuto per reverenza nei confronti del maestro Duca al pianoforte (che, non a caso, nel solo del tenore se ne sta zitto), divenne la chiave giusta per entrare da un’altra porta. Quella di un jazz che amava il rischio.
5. Thelonious Monk | The London Collection – Trinkle Tinkle
Nel mondo di Monk feci ingresso per il tramite di un disco bellissimo, registrato nel novembre 1971. Faceva parte della serie “London Collection” e penso che quello sia stato il canto del cigno dell’artista che in futuro avrei riconosciuto come il jazz in persona. Quella versione di Trinkle Tinkle, un po’ come era il senso di tutte quelle registrazioni londinesi, restituiva un Monk che, da vecchio saggio (e pensare che aveva solo cinquantaquattro anni), si proponeva con gli spigoli stondati, sempre obliquo ma trascinato dal ritmo di un pianista anni Trenta. Dal vol. III della London Collection si trovano tanti bei brani (il più ascoltato resta la magnifica versione di The Man I Love di Gershwin) ma Trinkle Tinkle contiene già nel tema la pazzia in pillole di un Thelonious prezioso. E soprattutto unico.
6. Lennie Tristano | Turkish Mambo
Acquistavo i dischi dei grandi pianisti perché ascoltavo i consigli di Polillo, sia dal libro, appena uscito, che da “Musica Jazz”, allora tutta in bianco e nero (ne arrivavano due copie all’edicola della stazione dei treni di Vicenza e se arrivavi terzo…). L’omonimo Atlantic di Lennie Tristano fu una rivelazione. Era un jazz tutto suo. C’erano i quattro brani inimitabili della “Requiem Sonata” (Line up, Requiem, Turkish Mambo e East Thirty-Second) e c’era una manciata di live da una serata in quartetto con Konitz al Confucius Restaurant. Il progressive relax del Confucius era proprio solo di quei due, di Tristano e del suo miglior allievo, ma i quattro brani in solo e in trio, sovrapposti e manipolati, avevano attuato una rivoluzione a luci basse. Fra i quattro, Turkish Mambo è di un altro pianeta: dentro al pianoforte ci sono un’orchestra africana di tamburi, i ritmi turchi e quelli dei Caraibi, i metri dei balcani e quelli del jazz. E i prodigi dell’over-dubbing. Tristano era un tipo avanti, fin troppo.
7. Charles Mingus | Town Hall Concert – So Long Eric/Playing with Eric
Sono tantissimi i Mingus più importanti, anche fra quelli che mi segnarono l’adolescenza (Mingus Ah Um, Blues & Roots, Tijuana Moods, Black Saint and The Sinner Lady). Eppure, il live del ’64 alla Town Hall, con quei due brani dedicati a Dolphy – che pochi mesi dopo se ne sarebbe inopinatamente andato – l’ho ascoltato e riascoltato all’infinito. Solisti e assoli travolgenti ma soprattutto un groove e uno swing irripetibili che Mingus e Richmond plasmavano come nessun’altra ritmica, portando la band dentro e fuori i raddoppi di tempo, gli accelerando e i rallentando, il free e il mainstream. Erano tutti i bravissimi, anche i meno noti (per esempio Johnny Coles alla tromba, più di Clifford Jordan che conoscevamo per via di Roach), ma era l’insieme a sconvolgere. Quella era musica che bisognava toccare con tutti i sensi. Su tutti, in ogni caso, si stagliavano in due: lo sconvolgente Eric Dolphy e lo sfortunato Jaki Byard, che più avanti sarebbe morto in modo ancor più assurdo del giovane collega.
8. Horace Silver and The Jazz Messengers | The Preacher
C’è un jazz per pensare e un jazz per lasciarsi andare. The Preacher dei primi Jazz Messengers era e resta musica per swingare, da cantare e di certo per lasciarsi andare, come vuole il predicatore virtuale che chiede risposta dal pulpito. Silver fu tra quelli che si inventarono una tradizione, che non c’era ma che avrebbe potuto esserci, quella del soul jazz, e The Preacher ne divenne l’inno. In quel disco c’erano anche Room 608 e Doodlin’ ma The Preacher era veramente una bandiera (qui nella prima versione, con Art Blakey, Doug Watkins, il tenore di Hank Mobley e la tromba di Kenny Dorham). Ma nel pollaio due galli sarebbero stati troppi e Silver, covato The Preacher, il suo uovo dorato, se ne sarebbe andato con il suo booksong.
9. Art Blakey and The Jazz Messengers | Moanin – Blues March
Era un focosissimo 1977 quando andai all’Arcella di Padova per vedere all’opera i Jazz Messengers di Blakey. Erano loro i depositari del groove, della stagione aurea dell’hard bop di venti anni prima, quella di The Preacher. Ancora alla fine degli anni ’50, con l’uscita di Silver, Blakey aveva affidato la direzione musicale a Benny Golson, il nuovo compositore principale del gruppo, un primus inter pares. Con lui era arrivato un nuovo inno, divenuto un po’ per volta una specie di sigla della band, Blues March. Venti anni dopo, all’Arcella di Padova, il brano identificativo era ancora Blues March: acquistai la versione aggiornata, quella che ospitava pure Sonny Stitt, ma il vecchio album “Moanin” del ’58, con Golson e Lee Morgan, era insuperabile. Anzi, imperdibile.
10. e 11. McCoy Tyner | Trident – Ruby My Dear / Impressions
Gli anni ’70 erano, fra gli altri, gli anni di McCoy e del suo travolgente pianismo modale. Il “pianista di Coltrane” aveva finalmente trovato la sua strada e l’album precedente, Atlantis, era stato una rivelazione. Ma con Trident finalmente McCoy raccontava a tutti che, senza ombra di dubbio, lui era un pianista di prim’ordine. Sopra il flusso ritmico di Ron Carter ed Elvin Jones, si riversavano le cascate di note di Impressions ma, in qualche modo più impressionante, con Ruby My Dear Tyner ci mostrava un Monk inusitatamente orchestrale. Giovani imberbi liceali, eravamo abbastanza squattrinati e i dischi ce li passavamo, soprattutto con altri due amici, con cui, trio di mosche bianche, condividevamo la passione. Prestai Trident e mi tornò letteralmente mancante di un pezzo, un pezzo esattamente della forma del pollice. L’amico disse che non ne sapeva niente. Per fortuna Impressions e Ruby My Dear erano il secondo e il terzo brano della facciata B; il buco del pollice era giusto sul primo track e dovevo solo stare attento a posizionare la puntina un po’ più in là.
12. Keith Jarrett | Mysteries – Rotation
I ’70 erano comunque gli anni della rivelazione di Keith Jarrett, dei suoi soliloqui ma, più di ogni altra cosa, dei due quartetti, quello americano e quello europeo. La musica di Jarrett era diversa da ogni altra e la si poteva ritrovare a casa di amici pop-rockettari che non si era lasciati sfuggire “El Juicio”, reputandosi più avanti dei romanticoni che si erano fatti prendere dal “Köln Concert”. Erano usciti tutti nel 1975 quei dischi, come Back Hand e Death and The Flower (e come Luminessence), un anno prima di “Mysteries” che pure era stato inciso nel ’75. Con Jarrett c’era il suo quartetto americano che poi spesso era un quintetto perché, oltre a Jarrett al piano, Dewey Redman al sax tenore, Charlie Haden al basso e Paul Motian, c’era pure Guilherme Franco alle percussioni. La pronuncia era vagamente pop, le armonie del pianoforte apparivano semplificate e le melodie lineari. Ma c’era una vaga e dilagante idea di libertà, di forme aperte, di star lontani dalle tradizioni. Da padri e madri.
13. Anthony Braxton | Duets – Miss Ann
In Italia (e forse, davvero, solo in Italia) i ’70 furono il decennio dell’irreale antagonismo tra Anthony Braxton e Sam Rivers. Entrambi, ai concerti estivi, attiravano folle di ascoltatori in un numero che oggi risulterebbe totalmente inspiegabile. Entrambi proponevano musica non facile, che nel 2024 (e non solo da noi) è quasi irrintracciabile. Dei due, semplificando molto, si diceva che Braxton fosse quello iperazionale e Rivers quello dell’irruenta, energica spontaneità. In realtà, il pubblico dal vivo accorreva per dar vita prima di tutto a un rito collettivo e per farsi travolgere dall’onda; i dischi erano un’altra cosa e dentro vi si cercava anche qualcosa di non complicato su cui poggiarsi. Nella metà dei ’70 il disco di Rivers per antonomasia divenne Capricorn Rising, soprattutto per merito di un brano, Joycie Girl, in cui il sassofonista improvvisava a lungo col soprano, su due accordi reiterati a tempo latin da Don Pullen al piano. I dischi di Braxton di quel periodo erano numerosi e anche fra loro diversissimi. Il più noto resta probabilmente Five Pieces con tutti quei bei titoli diagrammati, in quartetto con Wheeler, Holland e Altschul, ma quello che, a me e a tanti altri, lasciò maggior spazio di comprensione con i vecchi codici fu Duets con Muhal Richard Abrams al pianoforte e che iniziava con Miss Ann di Dolphy e a metà faceva respirare con Maple Leaf Rag di Joplin. Tutto sommato era un tranquillo impegno.
14. Ornette Coleman | Skies of America
Questo disco era, e tutto sommato continua a essere, un unicum. Ornette che si confrontava con la musica sinfonica pareva un ossimoro. È vero che l’aveva già fatto (le Jazz Abstractions di John Lewis, Gunther Schuller e Jim Hall, poi la sua Chappaqua Suite e quindi Inventions of Symphonic Poems e Sun Suite of San Francisco fra il ’67 e il ‘68) ma questo voleva essere una pietra miliare. È una specie di concerto grosso col quartetto di Coleman (con Dewey Redman, Charlie Haden e Eddie Blackwell) che fa la parte del concertino. Dentro c’è di tutto, da Dvorak a Stravinskij, da Ives a Copland e naturalmente a Ornette. Ricordo che l’ascolto di questo disco era una di quelle occasioni in cui bisognava distendersi sul letto e alzarsi solo per girare la faccia dell’Lp. A causa di quel senso di inferiorità rispetto alla musica classica (di cui pure Polillo…), alla fine dell’ascolto mi pareva finalmente di sentirmi sfatto ma sollevato. Anni dopo Nicola Tessitore ci avrebbe fatto rivivere tutto dal vivo al Teatro Romano di Verona. Non lo ringrazieremo mai abbastanza.
15. Miles Davis | Filles de Kilimanjaro – Freelon Brun
È chiaro che anch’io sono cresciuto camminando sui caposaldi davisiani (Birth of The Cool, il quintetto Prestige dei titoli in gerundio con Coltrane, il sestetto magico di So What, il secondo quintetto con Shorter che avrebbe dovuto portarci a Bitches Brew). Eppure, sembrerà impossibile, ma era stato da Polillo che avevo capito quanto fosse stato speciale Filles de Kilimanjaro. Il primo brano della prima faccia era Freelon Brun e l’attacco era impressionante o per lo meno era tale quel che, nel settembre del ’68, sprigionava la batteria di Tony Williams, appena appena un po’ contenuta dal basso di Dave Holland e dal piano elettrico RMI di Chick Corea. Cos’era rimasto della vecchia idea di swing? Quella cosa che “non significa niente se non c’è quel certo swing”? Non sembrava un caso che nel quintetto non ci fossero più né Ron Carter, né soprattutto Herbie Hancock, lui poi che, fra le altre, aveva inventato gli accordi che Corea continuava a suonare. Ma era il batterista che aveva sparigliato tutto e infatti era pronto anch’egli ad andarsene. Con Freelon Brun, Miles aveva superato la metà del guado e non sarebbe più tornato sui suoi passi.
16. Cecil Taylor | Silent Tongues – Abyss
Se si chiedesse oggi a qualcuno quali fossero i pianisti-guida, autenticamente propri degli anni ’70, uscirebbero di sicuro i nomi di Jarrett, Corea, Tyner e del Bill Evans della sua ultima stagione. Altri avremmo (oggi, per l’appunto) difficoltà a collocarli nel decennio prima o in quello dopo: Paul Bley, Dollar Brand/Abdullah Ibrahim, Muhal Richard Abrams e poi, random, Andrew Hill, Ran Blake, Mal Waldron o, ancora, il giovane Don Pullen scoperto da Mingus. E rischieremmo di dimenticarci di Cecil Taylor che, quarantacinquenne a metà degli anni Settanta, fu protagonista di un exploit live con un solo piano al festival di Montreux. Ne uscì un Lp, “Silent Tongues”, che per Down Beat divenne il disco dell’anno nel ’75. Taylor non era nuovo alle registrazioni live e tantomeno alle performance per solo piano che spesso si risolvevano in un lungo, ininterrotto set. Questo disco confermava non solo l’unicità di Cecil Taylor ma pure, a me giovane assetato di indistinguibili verità, la certezza che per fare bene free jazz bisognava avere tanta, ma tanta cultura musicale. Dovevo ancora imparare che Taylor, per improvvisare, faceva sì che le sue dita seguissero dei movimenti di danza. Mah. Tutto può essere. Di sicuro Taylor aveva studiato e conosceva tanto del pianoforte degli ultimi cento anni, ben s’intende anche al di fuori del jazz. E in quell’Abisso, degno di Allan Poe, lo si capiva benissimo.
17. Count Basie Orchestra | Topsy
Alla fine degli anni ’70, come molti altri appassionati, mi misi di impegno ad acquistare i dischi della raccolta “I Grandi del Jazz” edita da Fabbri. Era fatta molto bene, sia per la scelta dei brani che per i curatori dei fascicoli allegati. Verso la conclusione dell’opera (mi pare104 Lp), nel settembre 1980, uscì un numero titolato “L’estetica jazzistica”, a cura di Marcello Piras. Ricordo abbastanza bene che vi erano contenuti dei brani bellissimi, che andavano da Armstrong e Billie Holiday a Miles e Joe Henderson. Uno di questi era la storica, prima versione di Topsy del 1937, uno degli hit dell’orchestra di Count Basie. Era un periodo in cui ascoltavo molto jazz moderno e poco classico o swing. Di colpo, con quella Topsy, tornai a capire cosa significassero swing, groove, sezioni d’orchestra, ritmica, arrangiamenti, assoli e scrittura, e tutto condensato in tre minuti e mezzo. Era la magia di Basie.
18. George Russell | London – So What
Da questo disco e questo brano usciamo pienamente dalla cernita dei miei anni ’70. Questa versione di So What, più unica che rara, la ritengo un buon punto di collegamento col mio futuro anteriore. Russell era il padre del Lydian Concept fra i cui pronipoti vi sarebbe stata anche la Lydian Sound Orchestra. Avevo incontrato Russell per la prima volta nel retro di un album di Lennie Tristano (”Crosscurrents”), in un brano dal titolo emblematico, A Bird in Igor’s Yard, che conteneva sia Parker che Stravinskij, interpretati dal clarinetto di un italomericano, Buddy De Franco. Con il Lydian Chromatic Concept, Russell si era inventato un sistema compositivo e soprattutto improvvisativo complicatissimo cui, tuttavia, nemmeno i suoi musicisti più devoti (fra cui il povero Dolphy) sembravano sottostare. Quando, dopo essermi pappato tanti Russell in altrettante salse, mi giunse fra le mani il disco del “London Concert” e mi imbattei su quel magico So What, mi sentii tranquillizzato: si poteva essere dei Lydiani ma, al contempo, non sentirsi obbligati di immettersi in strade più ingarbugliate delle scale di Escher. Ma la novità più semplice e bella era un’altra: nel jazz ci potevano essere degli assoli persino più famosi dei brani da cui erano stati generati. Certo, a ben pensarci già lo sapevo, però che un assolo diventasse esso stesso un incommensurabile tema non l’avevo mai immaginato. Geniale.
19. Gil Evans Live at Sweet Basil | Orange Was the Color of Her Dress – Then Silk Blue
Negli anni della mia formazione mi ero certamente imbattuto in Gil Evans grazie al sodalizio con Miles Davis (quello della nascita del Cool, delle Sketches of Spain e quello di Porgy and Bess: il tema di Gone mi dannava l’anima perché non riuscivo proprio a impararlo esattamente a memoria). Poi, ogni tanto, Gil Evans tornava a galla, sia dove non c’entrava (Into The Hot) che dove si dimostrava l’arrangiatore più creativo e individualista nell’imbottigliare il vino vecchio. Poi spariva, perché le orchestre erano fuori moda e costavano troppo e così anche lui riappariva in formazioni piccole, più veicolabili ma che non restituivano la sua immagine sonora. Quando, a metà degli ’80, Gil Evans ci apparve grazie ai live della Monday Night Orchestra al Sweet Basil fu la prova definitiva della svolta: il nuovo Gil, passati i settanta, aveva fatto propri i segreti della sintesi, rivalutava i riff e gli unisoni e, in una ideale Kansas City fusion ed elettrica, lasciava spazio ai suoi solisti. Ma tutto rinasceva dal nuovo groove, quello affumicato nel pentolone magico di “Bitches Brew”, qui magicamente colorato di blues arancio, the color of her dress.
20. Steps Ahead | Steps Ahead – Pools
Questo, per quel che mi riguarda, non nacque come disco ma come cassetta (ecco un termine che per qualche giovane potrebbe risultare addirittura insensato). Non ero entrato nel jazz dalla porta del rock e, nemmeno ai tempi d’oro, ero stato un fan della fusion: seguivo troppo il verbo polilliano, così che ogni corpo elettrico sulle prime iniziavo a bollarlo per commerciale e dopo, caso mai, si vedeva. Poi gli anni passarono, per il jazz, per la fusion e per me. Agli inizi degli ’80 cominciò intanto la storia di un gruppo che avrebbe cambiato molto dell’idea della fusion music. Quando partii per gli Stati Uniti, per il mio viaggio di formazione, mi comprai la cassetta dell’album omonimo degli Steps Ahead, pronta per l’uso nel nuovo lettore portatile (sembra davvero archeologia). Eppure il suono del tenore di Brecker che delineava Pools lo ricordo benissimo tuttora: specie nei giorni del cost to cost, dal Pacifico all’Atlantico, il sound di quel brano prendeva forma tutte le volte che salivo sul Grayhound, quasi fosse la colonna sonora di ogni partenza. Questa fusion non aveva nulla a che vedere con quella storica di dieci/quindici anni prima, allora così bellamente rischiosa. In qualche modo era curata sin troppo bene. Era, in ogni modo, la giusta musica persuasiva di quegli anni, quelli che qualcuno aveva chiamato ”dell’edonismo reaganiano”.
21. Paul Motian Trio | It Should’ve Happened a Long Time Ago
Il trio “senza basso” di Paul Motian, con Joe Lovano e Bill Frisell, è uno di quei gruppi che, senza eccessivi clamori, ha portato a dei cambiamenti per certi versi decisivi nel jazz della fine del secolo scorso. Per ammissione dello stesso batterista, leader del trio, l’esperienza sonora di una line up senza contrabbasso era nata più per caso che per volontà (in una serata in cui mancava il bassista e si decise di non sostituirlo), ed era una scelta quantomeno inusuale. La miscela data da un trio in cui, veramente, nessuno dei tre teneva il tempo ma tutti, nell’ipotesi migliore, lo tenevano a bada, si rivela subito unica, tutto sommato nuova, per quanto – come dice il title track – si trattasse di una cosa che sarebbe dovuta succedere tanto (tanto) tempo prima. Questo trio, cercava un suono aperto ma non disgiunto dalla forma, la libertà senza dimenticare la tradizione. Era in fondo un’eredità che Motian si portava dal quartetto di Jarrett. Così che diviene un passo naturale chiudere il cerchio e guardare con questa apertura persino agli standard o alla musica dell’amato Monk (quante volte lo abbiamo riascoltato quel Misterioso?). Sarebbe dovuto accadere molto tempo fa. Pazienza. Meglio tardi che mai.
22. Charlie Haden/Paul Motian feat. Geri Allen | Etudes – Lonely Woman
Nel 1988 l’etichetta italiana Soul Note pubblicò Etudes, un Lp che sembrava presentarsi come si trattasse del piano trio di Geri Allen, con Charlie Haden e Paul Motian, quantunque, per motivi si direbbe promozionali, i credits lo davano a nome di Charlie Haden/Paul Motian feat. Geri Allen. I brani in scaletta sono composizioni di Haden (tre), Motian (quattro), Allen (una), oltre a un brano di Herbie Nichols (Shuffle Montgomery) e al titolo di apertura, Lonely Woman di Ornette, che Haden sentiva molto sua perché era nata con lui nel 1959. Negli anni ’80, i pianisti di riferimento erano ancora Jarrett (quello dello Standards Trio), Corea (soprattutto quello dell’Akoustic Band) ma anche la straordinaria meteora di Michel Petrucciani (fantastico il live al Vanguard dell’84). Fra le donne si parlava della pianista degli Steps, Eliane Elias, e si cominciava a porre attenzione verso Geri Allen, apparsa con il movimento M-Base. Quell’Lp della Soul Note fu importante per Geri Allen perché, donna e giovane, si metteva alla prova con un duo ritmico affiatatissimo, noto e rodato dai tempi di Jarrett, e di fatto si confrontava con i grandi del piano trio di quel periodo, tutti giganti. Non so ben perché ma quel titolo, Lonely Woman, forse la ballad più significativa del post-bop, mi è sempre parso giusto per lei, tutte le volte che è venuta a Vicenza: la prima, una vita fa, con l’allora suo marito Wallace Roney, poi in indimenticabile duo pianistico con Mal Waldron, quindi con David Murray (ma era in trio con Terri Lyne Carrington alla batteria), infine in duo con Enrico Rava. Geri era quasi sempre in duo ma appariva come una Lonely Woman.
23. Konitz, Mehldau, Haden, Motian | Live at Birdland – Solar
A un certo punto, diciamo più o meno, dalla metà degli anni ’90, l’apparizione di Brad Mehldau sul panorama pianistico si è quasi subito concretizzata come una novità che avrebbe lasciato il segno. C’erano sulla rampa di lancio anche altri nuovi pianisti (e anche molto diversi fra loro: penso per esempio a Uri Caine, a Esbjörn Svensson o, da tutt’altra sponda, a Matthew Shipp) ma quando, oramai a una decina d’anni dall’epifania dello Standard Trio di Jarrett, si palesò interamente il trio-progetto “The Art of The Trio” con Larry Grenadier e Jorge Rossy, capimmo che, sulla linea Bill Evans-Jarrett, c’era ora una nuova evoluzione. Eppure, per quel che mi riguarda, quando, di lì a poco, uscì quel live a nome di Lee Konitz, in trio con Charlie Haden (Alone Together), di colpo Mehldau mi si rivelò ancora molto più grande, più completo, capace di un’infinità di soluzioni che altri non avrebbero potuto neanche minimamente immaginare. Si poteva far meglio di così? Sì, bastava aspettare qualche anno ancora, perché gli stessi si ritrovassero al Birdland e rileggessero il vecchio Solar, allargando il trio a quartetto con l’ingresso di Motian, il batterista che la sapeva lunga su come ribaltare il mondo degli standard e del piano trio. Se ogni tanto riguarderà a ritroso, al fondo delle sue radici, il jazz non finirà mai di stupire.
24. Lydian Sound Orchestra | Music for Lonely Soul (Beloved by Nature)”, Un capanno (di montagna) in mezzo al mare
Naturalmente questa lista sarebbe potuta essere assai più lunga ma non posso almeno non ricordare che alla fine degli ’80 prese vita la Lydian Sound Orchestra, che, autorigenerandosi, ha dato ossigeno a una lunghissima avventura ancora oggi in divenire. Da allora sono cambiati interpreti e “greggi” e con loro un infinito repertorio, fatto spesso di riletture della tradizione del jazz, di cui tanto qui si è detto (soprattutto Ellington e Monk ma pure Dolphy, Roach, Ornette, Shorter e tanta altra storica avanguardia, con gli anni finita inevitabilmente in museo). E poi molti brani nuovi, nati per l’occasione. Uno di questi è il Capanno, composto nel 2014, eseguito, inciso e pubblicato più volte e poi rifatto e ripresentato in nuove vesti, anche non lidie. Il Capanno non è certo l’unico ma può essere un buon esempio di come possa formarsi la musica nella Lydian: un’antica melodia cimbra, plasmata sui bassi di un corale bachiano che, dopo un percorso modulativo non privo di doppie curve, si apre libera, senza tempo. Per tornare infine alle origini, in una contrada nascosta dell’Altopiano di Asiago.
