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NUOVA GENERAZIONE JAZZ: i protagonisti dell’edizione 2024. Jacopo Ferrazza “il mondo è meno grigio di quello che si possa pensare e nella musica ci possono essere tante risposte e mezzi per andare oltre”

Pubblicato il 04/03/2024

Home Page › Notizie › In evidenza › NUOVA GENERAZIONE JAZZ: i protagonisti dell’edizione 2024. Jacopo Ferrazza “il mondo è meno grigio di quello che si possa pensare e nella musica ci possono essere tante risposte e mezzi per andare oltre”

Che il contrabbasso non sia lo strumento più indicato per suonare in “solo” è quello che pensano in molti, ma se da bambino la tua camera si trasforma spesso nella sala prove di tuo padre e hai la fortuna di giocare tra le note dal vivo di un contrabbasso, potresti pensarla diversamente. E’ questo l’inizio del viaggio (ma forse potremmo definirlo “sogno”) di Jacopo Ferrazza, un talento del jazz italiano che ha dimostrato una grande maturità artistica sin dai suoi esordi, firmando progetti originali che hanno attirato l’attenzione di pubblico e critica, come l’ultimo, Wood Tales, con cui punta ad andare oltre i confini della musica jazz.

“Mi piacerebbe avere l’opportunità di presentarlo anche in festival di musica classica e contemporanea”, ci confessa Jacopo, protagonista della seconda intervista dedicata ai musicisti selezionati per l’edizione 2024 di Nuova Generazione Jazz. Un obiettivo a cui il contrabbassista affianca un’intensa attività di progettazione, sia da strumentista sia da compositore (incluso un progetto con un quartetto d’archi) e una ‘missione’ non da poco: alimentare un certo “fuoco sacro” che spinge ad andare oltre e che “ci dà la voglia di crescere e migliorarci”. 

Quando hai deciso che avresti voluto essere un musicista?

È stata una decisione graduale maturata nel periodo delle scuole medie. La musica è stata sempre presente in casa e una volta cominciato a suonare il basso all’età di 14 anni ho capito che sarebbe stato qualcosa di importante nella mia vita futura. I primi gruppi e le prime esperienze dal vivo mi hanno poi confermato che, quella che stavo intraprendendo, era la direzione giusta.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica jazz?

Mio padre Angelo ha sempre suonato il contrabbasso e ho ricordi di lui, quando ero un bambino, che studiava nella mia camera. Credo proprio che il primo approccio con la musica jazz per me sia stato quello. Se invece parliamo di musica dal vivo, non posso non tornare al mio primo concerto da spettatore, nel 1994 al festival di Villa Celimontana a Roma: sul palco suonava la big band del grande Paquito de Rivera.

Come nasce l’idea di Wood Tales, il tuo progetto in contrabbasso solo?

Wood Tales nasce nel 2020 durante il periodo di pandemia e del relativo lockdown. È stato un atto di reazione al momento che stavamo vivendo e un tentativo di rimanere centrati nonostante quello che stava capitando intorno a noi. In un momento di forte virtualità, dove l’unico modo per rimanere in contatto con l’esterno erano i mezzi digitali, ho sentito che il contatto con lo strumento fisico e con le vibrazioni del legno potessero aiutarmi a ritrovare il centro e rimanere connesso con me stesso. Da quel momento ho cominciato a progettare un repertorio in solo contrabbasso che mi ha permesso di crescere strumentalmente e di scoprire molti aspetti di me dal punto di vista umano e musicale.

Quali sono i tuoi obiettivi per questo progetto?

Dal punto di vista compositivo e concertistico cerco di far si che non manchi nulla. Il contrabbasso non è certo lo strumento più indicato per suonare in “solo” perciò ho come obiettivo quello di creare una performance che abbia un equilibrio tra parti scritte e improvvisate e che cerchi di sfruttare tutto il range dinamico, timbrico e di estensione dello strumento. Riguardo gli obiettivi professionali e artistici provo a portare questo progetto in giro per l’Italia e all’estero così come cerco di fare per gli altri miei progetti. Mi piacerebbe avere l’opportunità di presentare Wood Tales in contesti non solo jazzistici ma anche in festival di musica classica e contemporanea.

Su quali altri progetti artistici/band stai lavorando?

Attualmente sto lavorando su due progetti: Il primo è la registrazione del mio nuovo disco in quintetto Prometheus, in programma a fine marzo. Sarò insieme a Alessandra Diodati, Enrico Zanisi, Livia De Romanis e Valerio Vantaggio, musicisti incredibili e persone d’oro con cui ho già condiviso l’esperienza del mio ultimo lavoro Fantàsia, uscito nel 2022. Il secondo progetto che sta vedendo la luce si chiama Nausicaa e mi vede affiancato dalla straordinaria Simona Severini con cui stiamo lavorando già da un pò. Con questo duo registreremo a inizio 2025 il nostro primo disco.

Oltre ai miei progetti da leader poi ci sono i progetti da sideman come il quartetto di Fabrizio Bosso che considero una vera e propria famiglia e con cui ho il privilegio di suonare dal 2016 e il quintetto di Ada Montellanico di cui è appena uscito il nuovo disco Canto Proibito.

Quali sono invece i tuoi prossimi obiettivi professionali e artistici?

Mi piacerebbe avere l’opportunità concreta di portare i miei progetti fuori dall’Italia suonando in festival e contesti che molto spesso non sono facilmente raggiungibili per i musicisti italiani. Dal punto di vista artistico mi piacerebbe crescere ancora come compositore e strumentista e ho il desiderio di scrivere un progetto con un quartetto d’archi. 

Infine sogno di poter condividere qualcosa con artisti come Brad Mehldau, Brian Blade e altri. Sono sogni ma in fondo viviamo anche per quello no?!

Sei anche docente di Conservatorio, a Frosinone: com’è il tuo rapporto con gli allievi e cosa cerchi da questo tuo altro lato professionale?

Sono molto felice di questa parte della mia vita dedicata all’insegnamento perché sto imparando tantissimo e sto avendo modo di crescere come essere umano. Con i miei studenti di musica d’insieme cerco di creare un rapporto di squadra, spronandoli quotidianamente e cercando di far capire loro che il mondo è meno grigio di quello che si possa pensare e che nella musica che stanno studiando ci possono essere tante risposte e mezzi per andare oltre.

Spesso vedo la mancanza di stimoli nei ragazzi, la paura di sognare e di progettare e credo fermamente che tutto questo vada combattuto. I ragazzi devono avere il diritto di sognare e sperare che i loro desideri si possano avverare negli anni futuri. Tutto questo passa ovviamente attraverso uno studio forsennato, ma anche alimentando questo fuoco sacro che ci spinge ad andare oltre, che ci dà la voglia di crescere e migliorarci. È un qualcosa che è all’interno di tutti ma ogni tanto va ravvivato.

Con Wood Tales sarai impegnato, quest’anno, all’interno del programma annuale di I-Jazz, Nuova Generazione Jazz: parliamo di ricambio generazionale, quindi, da un punto di vista musicale e artistico, ma cosa succede con il pubblico? Cosa pensi a riguardo?

È un discorso complesso ed estremamente delicato. Il pubblico italiano è molto legato ad alcune figure e da anni si fatica a creare un vero e proprio ricambio generazionale. I motivi possono essere tanti. Molte delle figure di riferimento del jazz italiano sono venute fuori in un periodo in cui forse, anche grazie alla televisione e ai media totalmente diversi da ora, era più facile rimanere impressi negli occhi del grande pubblico, in cui l’editoria discografica creava davvero delle opportunità e chi riusciva ad uscire fuori aveva le carte in regola, e il contesto giusto per rimanere sulla scena a lungo. 

Oggi si fanno dischi fantastici che dopo pochi giorni finiscono nel calderone e nel dimenticatoio a causa dell’estrema dinamicità dei mezzi di comunicazione e della virtualità in cui si vive tutto ciò. C’è da dire anche che qui in Italia si continuano a considerare giovani promesse musicisti e artisti di quasi 50 anni impedendo a molti di questi di farsi valere e avere le opportunità che meritano. In altri paesi giovani artisti come Samara Joy a 22 anni arrivano a vincere i Grammy Awards mentre qui in Italia a 22 anni è già tanto se un musicista riesce a farsi trattare come un professionista vero.

Da musicista, giovane ma con già molta esperienza maturata e con una visione ben strutturata e aperta, a che punto pensi che sia il jazz italiano attualmente?

Ho sempre creduto che il jazz italiano non sia secondo a nessuno come idee, progetti, apertura mentale e qualità dei musicisti. Abbiamo la fortuna di avere artisti incredibili in ogni settore che meriterebbero molta più visibilità all’estero. Ritengo che il movimento artistico del jazz italiano sia ricco e molto variegato vantando progetti di assoluto valore dal mainstream alle correnti più contemporanee e d’avanguardia. 

Ci sono gruppi fantastici di giovani dai 20 anni in su e gruppi consolidati di veterani che hanno indicato la strada a tutti noi e che continuano ad essere straordinari. Forse bisognerebbe prestare più attenzione alle formazioni degli over 35/40 che attualmente faticano un pò ad uscire ma che spesso si rivelano essere tra le più interessanti del panorama nazionale.

Link al progetto Nuova Generazione Jazz 2024

Categoria: In evidenza Tag: giovani, I-Jazz, Italia, Jacopo ferrazza, jazz, Nuova Generazione Jazz, Wood Tales

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