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NUOVA GENERAZIONE JAZZ 2026. TAURN: condivisione, ascolto e continua ricerca dell’interplay per un progetto che punta al futuro di un jazz meno tradizionale

Pubblicato il 12/07/2026

Home Page › Notizie › In evidenza › NUOVA GENERAZIONE JAZZ 2026. TAURN: condivisione, ascolto e continua ricerca dell’interplay per un progetto che punta al futuro di un jazz meno tradizionale

Se l’immagine di una montagna è da sempre sinonimo di potenza e stabilità, l’invito questa volta è staccare lo sguardo da vette e sentieri più o meno scoscesi per mettersi in ascolto dell’armonia che solo la Natura, nella sua imprevedibile materialità, riesce a esprimere. Il monte in questione si chiama Taburno, massiccio calcareo incastonato nell’Appennino campano in provincia di Benevento, mentre l’armonia che da esso si irradia è quella delle note del sax tenore di Giuseppe, della chitarra elettrica di Simone, del pianoforte di Vincenzo, del contrabbasso di Raffaele e della batteria di Francesco. In una parola: TAURN, tra le band selezionate per l’edizione 2026 di Nuova Generazione Jazz.

Tutto è partito appena tre anni fa da una telefonata, o meglio da un video postato su Instagram, che ha innescato la scintilla che dalle pendici del Taburno è arrivata sino a una sala prova di Bologna, trasformando un’intuizione (e forse un sogno) in un progetto in carne, ossa e molta passione per la musica. Sul palco i TAURN sono un mosaico di stili e sonorità, in viaggio verso mete suggestive e imprevedibili (e dalle temperature decisamente basse), che diventano spazi di ascolto accoglienti e suggestivi. Si potrebbe parlare di una montagna dal ‘cuore elastico’ per questo quintetto che sceglie tra i suoi maestri anche quanti ancora dovranno arrivare e, nel frattempo, ascolta Battiato, canta a squarciagola i ToTo, sceglie Mingus per concludere le giornate, va ai concerti di Mac DeMarco e colleziona dischi Afrobeat.

Un consiglio? Non perdeteli di vista, sono: Giuseppe Capriello (sax tenore), Simone Ielardi (chitarra elettrica), Vincenzo Bosco (pianoforte), Raffaele Guandalini (contrabbasso), Francesco Candelieri (batteria). E questa l’intervista che li racconta su Italiajazz.it

Iniziamo dall’impegno più recente: sul palco del Medimex a Taranto tra i protagonisti della prima serata degli showcase. Che esperienza è stata per voi?

È stata un’esperienza intensa e stimolante. Salire sul palco del Medimex a Taranto, davanti a un pubblico composto anche e soprattutto da professionisti del settore, ci ha dato l’opportunità di condividere la nostra musica in un contesto diverso dal solito. C’era tanta emozione, ma anche la consapevolezza di vivere un momento importante del nostro percorso. È stato bello ricevere un riscontro così positivo e confrontarci con altri artisti e professionisti: esperienze come questa ci danno conferma che la direzione che stiamo seguendo è quella giusta.

E ora torniamo indietro nel tempo: quale è stata la scintilla che ha dato vita all’idea del quintetto? Ci raccontate come è nato il progetto Taurn?

Il progetto è nato a Bologna nell’inverno del 2023. Simone è originario di Benevento ma studiava a Bologna. Ha pensato lui di scrivere a Giuseppe, anch’egli originario di Benevento, proponendogli di venire a Bologna per registrare qualcosa di originale, dopo aver ascoltato una sua composizione da un banale suo video di Instagram – che potremmo considerare la scintilla. Ci siamo incontrati qualche tempo dopo in un garage adibito a sala prove in via Ranzani a Bologna da Francesco, per mettere su qualche brano. Ci è venuto spontaneo chiamare Vincenzo alle tastiere e Raffaele al contrabbasso, musicisti con cui avevamo già suonato e lavorato in precedenza.

Un primo album, “Somewhere Cold”, in cui la vostra passione per la musica diventa un viaggio con una destinazione dalle ‘temperature’ decisamente basse. Quale è il filo conduttore che avete scelto?

Il filo conduttore è sicuramente quello di provare a creare degli scenari tangibili utilizzando la musica come tramite per esprimerli e descriverli al meglio. Già dai primi giorni, la montagna ci è sembrata lo scenario giusto da dipingere. Dopo le prime registrazioni ci siamo resi conto di aver scritto una gran parte di brani che rispecchiavano anche l’idea di uno spazio urbano, a tratti sterile e freddo ma comunque estremamente accogliente ed evocativo, proprio come via Ranzani nel periodo in cui ci siamo incontrati.

I due brani dell’album che rispecchiano di più il percorso fatto insieme sinora?

Sicuramente il brano “Taurn”, dedicato alla montagna, e “Perseguito”. Sono due brani totalmente diversi tra di loro, scritti in due momenti diversi del nostro inizio di percorso ed esprimono bene il nostro ventaglio sonoro.

A proposito di maestri: quali sono i vostri riferimenti nel mondo del jazz? Quanta tradizione e quanta sperimentazione fanno parte del vostro sound?

Secondo noi, nel mondo del jazz ci sono innumerevoli maestri. Alcuni maestri hanno la nostra età, altri devono ancora nascere e molti altri sono nella storia. Per il nostro sound all’inizio abbiamo appreso molto da figure come Walter Smith III, Aaron Parks, Brad Mehldau o Joshua Redman, senza denigrare la tradizione jazzistica americana che abbiamo studiato in conservatorio e tutt’oggi portiamo nel cuore e nel nostro linguaggio.

Da qualche tempo, quando ci incontriamo per provare brani nuovi, ci rendiamo conto che le nostre influenze si sono allargate a macchia d’olio verso altri generi, anche e soprattutto al di fuori del jazz. Francesco è un grande fan di Monk ma anche di Brian Eno e Franco Battiato. Giuseppe trascrive gli assoli di sax di Dewey Redman ma nell’ultimo viaggio di ritorno da Taranto cantava a squarcia gola i pezzi dei ToTo. Simone ha rischiato di perdere il treno per suonare perché era al concerto di Mac DeMarco ma conosce tutta la discografia di John Scofield a memoria. Raffaele adora Ron Carter ma ancor di più Charlie Mingus, non riesce ad addormentarsi senza ascoltarlo. Vincenzo è un cultore dell’Afrobeat e ha una collezione di dischi a casa che farebbe invidia a una radio.

Stiamo già lavorando ad un secondo lavoro discografico che sarà caratterizzato anche da quelle che sono le nostre influenze meno tradizionali.

Essere stati selezionati tra i gruppi di Nuova Generazione Jazz: una grande responsabilità o un riconoscimento motivante?

Per noi è certamente un riconoscimento motivante che porta con sé anche una responsabilità. La responsabilità che crea l’essere stai selezionati è ciò che ci sprona a continuare a dare il meglio di noi nell’ambito professionale.

Il Taburno, la montagna che sovrasta la città di Benevento in cui sono nati Simone e Beppe, a cui si richiama il nome del gruppo è un’immagine di grande potenza e stabilità, voi come riuscite a fondere le vostre identità e peculiarità sul palco e nella fase di creazione artistica?

C’è molto lavoro di studio collettivo e individuale, per non parlare delle prove che ci permettono di esprimerci collettivamente con i nostri brani originali. Sicuramente il rispetto reciproco e l’apertura alle proposte altrui, l’ascolto d’insieme e lo scambio di opinioni e pareri ha aiutato molto il nostro percorso fino ad ora. Non c’è mai stato un momento in cui l’idea di qualcuno di noi cinque venisse messa in secondo piano in fase compositiva o nel live, dove c’è una continua ricerca dell’interplay anche e soprattutto nei momenti solistici.

Se ciascuno di voi scegliesse il brano che rispecchia la sua idea di jazz: quale sarebbe? E perché?

Sue’s Changes di Charlie Mingus, rispecchia a pieno la mia idea di musica (Raffaele)

Fort Yawuh di Keith Jarrett, eseguito con il suo leggendario American Quartet. Pezzo che esprime tanta libertà, pregno di sperimentazione nell’improvvisazione (Giuseppe).

You Will be Shot dei Naked City e Stablemates. Perchè il jazz è un genere vario e indefinito (Francesco)

Heavenly Bodies dal disco “Stars of Jupiter” di Kurt Rosenwinkel. Si distacca totalmente dalla tradizione ma resta jazz, fa riflettere sulle mille possibilità che ci sono in questo genere (Simone)

My Favourite Things la versione di John Coltrane, perché è la sintesi di cosa può produrre una mente musicale (Vincenzo)

Link alla scheda Nuova Generazione Jazz 2026

Categoria: In evidenza Tag: Francesco Candelieri, Giuseppe Capriello, jazz, Nuova Generazione Jazz, Raffaele Guandalini, Simone Ielardi, Taurn, Vincenzo Bosco

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