Pubblicato il 09/03/2026
Se alla fine di questa intervista penserete che Beatrice Arrigoni, dopotutto, sia ‘anche’ una musicista di talento da conoscere (controllate le date del tour) e seguire (da qui all’eternità), non vi state sbagliando. Perché racchiudere Beatrice nella categoria di “pianista/cantante/compositrice” è praticamente impossibile. Con lei può capitare di iniziare a parlare di improvvisazione jazz e finire per sentirla cantare i versi di Emily Dickinson o Anna Maria Ortese, oppure di seguirla in religioso silenzio mentre ci spiega ciò che lega la forma canzone alla melodia per poi ritrovarsi catapultati nel mezzo di una performance di voce sola con sillabe inventate.
Quindi, in poche parole, se il jazz è “esplorazione, sperimentazione, ricerca, contaminazione, dialogo, apertura”, Beatrice Arrigoni è la testimonianza vivente di quanto questo genere musicale sia un linguaggio che non conosce confini o limiti. E di questi tempi non è poco! Ma lasciamo la parola a lei, la prima protagonista delle interviste dedicate ai progetti selezionati per Nuova Generazione Jazz 2026.
Partiamo dalle tue radici classiche: a 8 anni incontri il pianoforte e poi… Ci racconti il tuo viaggio alla scoperta della musica jazz?
Essere pianisti è un po’ una tradizione di famiglia (lo erano sorella e nonno), ma quando studiavo pianoforte classico sentivo di essere fatta per altro. Avevo bisogno di qualcosa di diverso rispetto a ciò che veniva proposto nella mia famiglia in termini di studio e ascolto (la musica classica mi sembrava troppo ‘impostata’). L’incontro col jazz è stato sicuramente favorito dalla frequentazione, durante gli anni della mia adolescenza, di una scuola di musica di Bergamo improntata alla didattica del linguaggio jazzistico (il Centro Didattico Produzione Musica), dove ho mosso i primi passi nello studio del canto moderno. Da adolescente amavo la black music, dunque il passaggio al jazz è stato in un certo senso abbastanza naturale.
Cosa ti ha spinto verso questa scelta?
Senza dubbio il bisogno e la propensione alla libera espressione, alla libera interpretazione della partitura, alla creatività. In questo senso, la pratica dell’improvvisazione caratteristica del jazz è stata particolarmente significativa perché nel tempo potessi sviluppare e affinare il mio pensiero creativo e musicale. Così, il mio percorso di studio è stato incentrato a lungo sull’apprendimento del linguaggio jazzistico (che ha rappresentato il fulcro dei miei studi accademici a Milano), mentre in un secondo momento si è evoluto nell’ottica di una ricerca personale alimentata dall’apertura ad altri linguaggi musicali, dalla pratica dell’improvvisazione a-idiomatica e dalla scrittura di musica originale. Attraverso la libera improvvisazione e la composizione coltivo una dimensione di autenticità e di libertà espressiva, e al tempo stesso attivo un processo di sperimentazione e ridefinizione continua del mio suono e del mio linguaggio, nell’ottica di un trasversalismo tra i generi.

Quando hai deciso di lavorare soprattutto sulla voce?
Pratico il canto da sempre, come una sorta di mantra personale che mi accompagna sin da bambina. Ho iniziato a studiare canto a 15 anni, ma di fatto canto da quando ero piccola. Fin dagli inizi, il canto si è manifestato come un’urgenza, poiché cantare mi aiutava ad esprimere liberamente ciò che sentivo. Nel tempo ho intrapreso percorsi di studio di vario tipo (correlati allo studio del canto ma non solo), i quali hanno innescato un processo di ricerca incessante su aspetti espressivi, tecnici, musicali. Gradualmente mi sono affrancata dal jazz in senso stretto per aprirmi ad altre suggestioni e linguaggi, nell’ottica di una ricerca vocale e musicale ad ampio spettro.
Come si evoluta questa tua ricerca nell’attività di compositrice?
A livello compositivo, l’uso della voce mi ha portato nel tempo a privilegiare innanzitutto la forma canzone, dove melodia e liriche concorrono alla narrazione di storie e vissuti personali; al tempo stesso, mi ha spinto verso pratiche più sperimentali basate sulla trasfigurazione e sulla decostruzione del testo. In alcuni miei lavori la parola viene destrutturata e riutilizzata come materiale sonoro puro; viene svuotata di contenuti di senso, pur conservando una propria espressività in quanto suono. In tutti i casi, credo che l’impiego della voce come strumento d’elezione e l’abitudine a trattare con la parola influenzino la mia attività di compositrice nella misura in cui mi hanno reso particolarmente attenta e sensibile alla dimensione ‘narrativa’ e comunicativa della musica nel suo complesso (credo che forza narrativa si traduca in efficacia comunicativa).

Sia quando scrivo che quando improvviso penso sempre alla costruzione di un discorso, e cerco di sviluppare i materiali che sto utilizzando in modo tale da dar loro una forma; per me, questo significa narrare qualcosa, anche se non sto usando delle parole. Sono primariamente interessata a esplorare le potenzialità espressive del suono, e a trovare le modalità più efficaci a livello narrativo per articolare il mio pensiero musicale, affinché la musica possa essere comunicativa persino nella complessità.
Nei tuoi progetti, infatti, musica e parole hanno incontrato più volte la poesia: dai versi di Emily Dickinson, Wallace Stevens, Thomas S. Eliot, sino alle composizioni di poetesse del Novecento come Anna Maria Ortese e Chandra Livia Candiani. Da cosa nasce questa ‘intreccio’?
La poesia rappresenta un amore antico, anche nei termini di suggestione emotiva; la prima cosa che amo è l’importanza assunta dalla parola, come significato e come suono: attraverso la poesia si fa esperienza del linguaggio nella sua dimensione connotativa e metaforica, non solo letterale. Il testo poetico può essere colto anche come un flusso di suoni concatenati tra loro secondo criteri di tipo ritmico-sensoriale: nella poesia c’è una dimensione musicale (insita nei suoi elementi formali) e una sorta di livello ulteriore non razionale, che ne fanno un territorio dotato di una certa astrattezza. Questo è ciò che mi affascina di più. A prescindere dall’intelligibilità di senso del discorso, inoltre, il testo poetico è capace di veicolare messaggi universali legati a verità intrinseche della vita dell’essere umano. Amo molto la profondità della poesia, e la capacità di comunicare in maniera immediata dei significati esistenziali.

Quando hai iniziato a lavorare in questa direzione?
L’idea di utilizzare la poesia in musica è maturata grazie all‘incontro con due artisti particolarmente significativi per me, quali la cantante Norma Winstone – che si è ispirata spesso alla poesia per scrivere testi originali – e il pianista e compositore Stefano Battaglia – che da sempre fa riferimento alla poesia nei suoi progetti e nella sua pratica improvvisativa e compositiva. Grazie al lavoro con quest’ultimo (nell’ambito dei Laboratori Permanenti di Ricerca Musicale da lui condotti) ho potuto lavorare approfonditamente sull’improvvisazione a-idiomatica, avviando nel tempo una ricerca personale sull’uso della poesia in ambito improvvisativo.
Nel corso degli anni mi sono avvicinata ad autori diversi, approdando alla poesia italiana del Novecento e contemporanea come ambito privilegiato di sperimentazione e ricerca. La poesia costituisce un riferimento importante anche nel momento in cui mi accingo a scrivere dei testi originali destinati alla musica: mi è di ispirazione per la sua capacità di condensare significati, di lasciare spazio a sfumature molteplici, di veicolare i concetti in maniera figurata ed espressiva. Alcuni testi di Terrestre sono nati con l’idea di dire cose semplici in maniera efficace, attraverso l’uso di una scrittura essenziale, metaforica, evocativa.
Come performer hai anche sperimentato l’interazione tra corpo e suono: che tipo di esperienza rappresenta per te?
La relazione col corpo è intrinseca al lavoro del cantante, che attraverso la materia corporea fa risuonare la propria voce. Personalmente ho fatto esperienza dell’interazione corpo-suono in diversi modi, in diversi contesti performativi e secondo diverse intensità, maturando un desiderio sempre maggiore di approfondire la sinergia corpo-suono. In alcune situazioni performative sperimento da vicino una sensazione di assoluta presenza, data dall’intima connessione tra suono e movimento; l’impiego ‘attivo’ del corpo risulta naturale e inevitabile quando improvviso, al punto che difficilmente potrei stare ferma. La mia passione per la danza e per il teatro mi ha spinto a sviluppare in maniera più profonda l’interazione tra suono e corpo. Lavorando sulla performance in solo, sto cercando una direzione che metta in dialogo canto, improvvisazione, parola, movimento, espressività corporea. É sicuramente un lavoro lungo che richiederà tempo, ma nel quale sento che voglio spingermi.

L’album “Terrestre” rappresenta una tappa della tua ricerca musicale o è qualcosa di completamente nuovo?
Innanzitutto è erede dell’idea di quartetto che ha ispirato Innerscape (il primo album in quartetto), ma al tempo stesso ne rappresenta una naturale evoluzione, dal punto di vista della scrittura, verso una forma di un cantautorato colto aperto a diverse influenze. Terrestre è il primissimo progetto in cui scrivo musica in italiano, ed è senza dubbio il frutto di alcune riflessioni scaturite dai lavori precedenti. Gli esiti sono certamente meno sperimentali rispetto a quelli di altri progetti, ma è presente una dimensione di ricerca nei termini di riflessione sul linguaggio musicale, sulle forme, sull’espressività, dettata in particolare dall’uso della lingua italiana.
Terrestre nasce dal desiderio di sperimentarmi con l’italiano dal punto di vista della scrittura di testi e della composizione. L’idea era quella di mescolare diversi elementi stilistici, dando un certo spessore di complessità ai contenuti compositivi e testuali. I riferimenti sono plurimi: jazz contemporaneo, musica pop e folk, musica classica, improvvisazione non idiomatica. Sulla scia di questo tentativo di sintesi è stato necessario riflettere, sperimentando varie soluzioni pratiche, sulle caratteristiche dell’italiano, sulle modalità con cui articolare il rapporto testo-musica, sull’eterogeneità e la coerenza del linguaggio musicale, sul dialogo tra scrittura cantautorale e dimensione improvvisativa. In questo senso è stato un lavoro molto stimolante.

Ci presenti i musicisti che ti affiancano in questo lavoro?
Il gruppo con cui ho registrato Terrestre è per certi versi erede dell’idea di quartetto con pianoforte con cui avevo lavorato nel precedente progetto Innerscape (come accennato prima), ma nel corso degli anni ho maturato la necessità di modificare l’assetto della band, di pari passo con la trasformazione del mio linguaggio e della mia estetica. Ho impiegato un po’ di tempo per trovare i musicisti più adatti, ma alla fine ho deciso di coinvolgere il pianista Danilo Tarso e il batterista Mattia Galeotti, (entrambi formatisi presso la Siena Jazz University); il contrabbassista Andrea Grossi è rimasto nel gruppo, di cui era parte già da prima.
Dal momento che la musica di Terrestre è piuttosto eterogenea, avevo bisogno di musicisti duttili, capaci di muoversi su vari fronti, dotati di un certo tipo di suono e di una certa sensibilità timbrica. Danilo, Andrea e Mattia sono fondamentalmente dei musicisti di jazz, ma provengono da esperienze differenti e praticano musiche di vario genere. La loro presenza mi ha permesso di concretizzare ciò che avevo in mente a livello di sintesi di linguaggi, e ha reso possibile mettere in dialogo la dimensione della libera improvvisazione con quella della scrittura appunto ‘cantautorale’.
Con loro, il lavoro si è svolto nell’ottica di una ricerca collettiva sul suono e sulla fluidità delle strutture; si è trattato per certi versi di un lavoro corale, che ha dato graduale concretezza alle idee che avevo in mente e che mi ha permesso di definire meglio quelle che erano solo abbozzate nella mia testa. Mi sento privilegiata ad averli a fianco, perché oltre a essere dei musicisti incredibili, sono persone di grande spessore musicale e umano. Senza di loro certamente Terrestre non esisterebbe, o sarebbe diverso da quello che è.

Pronta a vivere l’esperienza di Nuova Generazione Jazz 2026? Cosa ti piacerebbe raccontare/scoprire della tua musica alla fine di questo anno?
Innanzitutto spero di poter raccontare che la musica di Terrestre è in grado di esprimere e comunicare qualcosa di significativo, dal punto di vista di chi ascolta. Al tempo stesso, mi piacerebbe scoprire che la musica suonata da questo gruppo ha inesauribili potenzialità a livello di sviluppo e di interplay. Portare in giro Terrestre consoliderà senz’altro l’intesa all’interno del gruppo, prefigurando nuove possibili direzioni a livello espressivo. Attraverso l’esperienza di Nuova Generazione 2026 mi auguro di incontrare tanto nuovo pubblico, e di trovare stimoli significativi per la scrittura di altro repertorio inedito per il quartetto, da elaborare nell’immediato futuro insieme ai ragazzi. Siamo estremamente gioiosi per l’opportunità dataci dal bando, e non vediamo l’ora di portare in giro la musica di Terrestre!
Per te il jazz è soprattutto…
Esplorazione, sperimentazione, ricerca, contaminazione, dialogo, apertura.
Grazie Beatrice! Non ci resta che augurare buon viaggio a te e al progetto Terrestre.
Link alla scheda Nuova Generazione Jazz 2026
