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Alla vigilia della nuova edizione del festival “(to) be in jazz”, Gavino Mele ci racconta l’Orchestra Jazz della Sardegna e la sua idea di musica per tutti

Pubblicato il 30/11/2023

Home Page › Notizie › In evidenza › Alla vigilia della nuova edizione del festival “(to) be in jazz”, Gavino Mele ci racconta l’Orchestra Jazz della Sardegna e la sua idea di musica per tutti

Cos’è il jazz? Un linguaggio che ti permette di utilizzare una tavolozza di colori infinita. Parola di Gavino Mele, presidente dell’Associazione Blue Note Orchestra di Sassari e tra i protagonisti (“incoscienti e molto appassionati”) della nascita dell’Orchestra Jazz della Sardegna. Non una big band tradizionale, ma un mondo di suoni in grado di raccontare radici lontane e allo stesso tempo sperimentare linguaggi nuovi. Un progetto artistico e culturale che ha saputo allargare i propri confini fino a diventare una delle realtà di produzione più rappresentative dell’intera Sardegna, e non solo.

Gavino iniziamo dall’Orchestra Jazz della Sardegna: una storia che inizia quando? 

La storia dell’OJS inizia molto tempo fa, precisamente alla fine degli anni ’80, sulla spinta di un grande fermento che scuoteva il movimento musicale del jazz in Sardegna. C’erano numerose piccole e medie formazioni davvero interessanti, nascevano e proliferavano i festival jazz, si organizzavano i primi seminari. In questo contesto, un gruppo di giovani musicisti sardi decide, con un po’ di sana incoscienza giovanile e molta passione, di ritagliare uno spazio per il jazz orchestrale, cioè decide di unirsi in associazione e creare una big band, la Blue Note Orchestra, che, nel giro di qualche tempo, assumerà il nome definitivo di Orchestra Jazz della Sardegna. Non volevamo una big band tradizionale, così abbiamo pensato di renderla timbricamente unica con la presenza di corni, flauti, clarinetti e tuba. Oggi, dopo 35 anni, credo di poter affermare che nell’ambito del jazz siamo la realtà di produzione più rappresentativa dell’intera Sardegna.  

Ci racconti chi sono i protagonisti della nascita dell’Associazione Blue Note Orchestra (ABNO)?

Eravamo tutti studenti del Conservatorio di Sassari, qualcuno era già diplomato, quindi avevamo studiato e suonavamo musica classica, però eravamo spinti dalla voglia di sperimentare linguaggi nuovi, di unirci per creare qualcosa di valido e che fosse diverso. Questo comune intento e la passione ci hanno indotto e cercare collaborazioni con chi aveva già esperienza, sia in ambito locale che fuori dal territorio regionale.

Uno dei primi ‘maestri’ che ci hanno dato una grossa mano è stato il contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra Bruno Tommaso, che ci ha presi per mano. Ed è stata una fortuna, perché l’idea di musica che aveva Bruno non era quella dello swing più tradizionale. La sua musica è ricca di richiami alla musica colta europea, alla musica popolare e a influenze etniche. Perfetta per dei giovani musicisti così curiosi ed entusiasti. Ci incontravamo almeno una volta alla settimana, nella casa di campagna di qualcuno di noi, per studiare alcuni brani che ci erano stati suggeriti da Bruno. Spesso si finiva attorno al fuoco con carne, cannonau, birra fresca e intonando canzoni popolari della Sardegna, rituale che abbiamo ripetuto spesso alla presenza dei musicisti nostri ospiti. 

E quale è il legame oggi tra l’Orchestra e l’Associazione?

Il legame tra l’associazione e l’orchestra è di totale identificazione, nel senso che l’Associazione È l’Orchestra. Tutto ciò che l’associazione produce è suonato dall’Orchestra Jazz della Sardegna e talvolta da sue propagazioni più o meno ristrette o allargate, a seconda di quanto richiesto da ogni singolo progetto artistico. Per darti un’idea, ci sono stati dei progetti nei quali l’organico orchestrale è arrivato a circa 30 elementi, o nei quali abbiamo lavorato con formazioni corali composte da decine di voci.

Il linguaggio jazzistico per gli organici orchestrali ha un suo ‘colore’? Una sua peculiarità?

Certamente! Prendi ad esempio le grandi orchestre di Duke Ellington, Gil Evans o Count Basie. Ciascuna di esse si distingueva dalle altre per il suo suono, per il suo ‘colore’ specifico, e questo è vero anche oggi. Ci sono tante orchestre nel mondo che si caratterizzano per le proprie peculiarità, che poi, come ti dicevo prima, è ciò che abbiamo voluto fare anche noi con l’OJS; avere un amalgama sonoro che ci distinguesse. 

Dal punto di vista del linguaggio, è evidente che quello jazzistico sia differente da un impianto esecutivo classico oppure dal linguaggio del rock. Ma il bello del jazz è che puoi contaminarlo con tutti gli altri stili o forme musicali. Noi lo abbiamo fatto spesso, grazie all’apertura mentale di molti compositori che hanno scritto partiture ricchissime di influenze convogliate in modo non forzato in un contesto jazzistico. Abbiamo suonato il Jazz Te Deum con Giorgio Gaslini, il Jazz Requiem Mass con Bruno Tommaso, ma abbiamo anche dedicato dei progetti alla musica cubana, alla nuova musica brasiliana, a Jimi Hendrix, a Frank Zappa, abbiamo contaminato il jazz con la classica contemporanea. Se lo usi come si deve, il jazz è un linguaggio che ti permette di utilizzare una tavolozza di colori infinita, pur rimanendo stilisticamente coerente.

Tra pochi giorni è in partenza la nuova edizione del festival (to) be in Jazz: ci presenti gli ospiti e il/i tema/i chiave del programma?

Il festival si svolgerà al Teatro Verdi di Sassari dal 3 al 24 dicembre. Presenteremo tre nuove produzioni in compagnia di ospiti internazionali, e chiuderemo il festival con due speciali concerti di Natale. Inizieremo il 3 dicembre, con due concerti alle 11 e alle 18 (orari validi anche per i doppi concerti del 10 e 17 dicembre) con Giuliana Soscia Small Orchestra Project, un progetto scritto dalla compositrice, pianista e direttrice d’orchestra Giuliana Soscia che sperimenta con una formazione dell’Orchestra Jazz della Sardegna di 12 elementi. Una sintesi molto originale di influenze, da Wayne Shorter a Stravinskij, fino alla tradizione sarda e alla tammurriata partenopea.

Il 10 dicembre ospiteremo il compositore inglese Colin Towns, che molti conoscono come membro del gruppo del cantante Ian Gillan dopo la sua fuoriuscita dai Deep Purple. Colin è un compositore famoso in tutto il mondo per aver scritto numerose colonne sonore per cinema e teatro, e proprio da una colonna sonora mai realizzata parte il nostro progetto. Infatti lo spettacolo, che si divide in due set, inizia con l’esecuzione di Soho, The Bohemian Heart Of London, una suite inedita in undici movimenti dedicata ai ricordi dell’autore legati al quartiere londinese di Soho. Nella seconda parte dello spettacolo, Harmonies of Faded Paint, sarà con noi sul palco la grandissima Norma Winstone, voce storica del jazz inglese in un programma di brani legati al sogno.

Gli altri appuntamenti in programma?

Continueremo col terzo doppio appuntamento il 17 dicembre con Around Mulligan, una produzione dedicata al genio di Gerry Mulligan scritta da Francisco Latino Blanco, amico nonché grande sassofonista, compositore e arrangiatore spagnolo, leader del collettivo Sedajazz. Latino ha sentito sempre più forte, con l’andare del tempo la sua affinità estetica con Mulligan e approfondendo lo studio della sua musica. Il risultato di questo suo lavoro di ricerca è un progetto molto incentrato sul ritmo, che abbiamo accolto con grande entusiasmo quando ci è stato proposto per l’organico dell’OJS. Saranno dei concerti molto vivaci.

Il 23 dicembre alle 20.30 e il 24 alle 11 chiuderemo con due concerti natalizi dell’Orchestra Jazz della Sardegna Laboratory, una formazione dell’OJS che mi onoro di dirigere, in cui giovani musicisti di talento affiancano noi veterani. Avremo un’ospite speciale, la cantante Francesca Corrias che sarà con noi per un set che prevede, oltre naturalmente a una serie di classici natalizi arrangiati per big band, una mezza dozzina di fantastici brani di Stevie Wonder arrangiati per noi da Gabriele Comeglio, un grande musicista che ha collaborato con Mina, tra i tanti, e con cui abbiamo realizzato diversi bei progetti, insieme a Massimo Lopez e Nick the Nightfly.

Quale è il rapporto che avete costruito negli anni con i partner della rassegna e il pubblico che vi segue?

Ti ringrazio per questa domanda, perché mi dà l’opportunità di sottolineare quanto sia importante per questa manifestazione l’apporto professionale degli esperti del Museo del Vino di Berchidda, l’Enoteca Regionale della Sardegna, che si occupa del percorso delle degustazioni che si tengono dopo gli spettacoli delle ore 11. Infatti, gli esperti del Museo non solo selezionano cantine e vitigni e illustrano al pubblico le caratteristiche dei vitigni e dei metodi produttivi, ma sono pronti, insieme ai produttori presenti, a soddisfare ogni tipo di richiesta di informazione. Non si tratta soltanto di un momento conviviale dove artisti e pubblico si ritrovano per confrontarsi dopo il concerto, ma è soprattutto un momento di approccio alla conoscenza su qualcosa che si fa nella nostra isola e che spesso ignoriamo, e per noi è importante che ci sia questo legame tra la musica e le altre espressioni della cultura nella nostra isola.

Poi voglio ricordare il rapporto di collaborazione che da diversi anni abbiamo con gli amici della Cooperativa Teatro e/o Musica, con cui co-produciamo “(to) be in jazz”, Sono dei partner preziosi e dotati di una qualità non così comune, la professionalità. E’ molto importante collaborare tra strutture che operano nel campo dello spettacolo, unire le forze. Infine, voglio ringraziare il pubblico che dal 2001 ci segue con un affetto che è difficile descrivere. Il rapporto con la gente è uno dei motivi per i quali esiste (to) be in jazz. Abbattere qualsiasi tipo di barriera, intrattenere, informare, abituare all’idea che il jazz è una musica per tutti.

Un progetto importante firmato ABNO è il concorso “Scrivere in Jazz”: una competizione che mette insieme la musica etnica della Sardegna, la tradizione latino-americana, e la musica italiana. Con quali risultati?

Scrivere in Jazz è nato nel 1991 in parte per l’esigenza di allargare il repertorio dell’OJS stimolando compositori di tutto il mondo a scrivere composizioni originali o arrangiamenti per la nostra orchestra, ma anche per far sì che compositori di tutto il mondo si confrontassero con la tradizione musicale isolana. Infatti, già dalla prima edizione una delle sezioni è sempre dedicata a un tema specifico della musica tradizionale della Sardegna. I circa 1.000 compositori che hanno partecipato alle diciassette edizioni precedenti credo confermino la validità del progetto.

Quali sono le due sfide più importanti che secondo te deve affrontare il jazz italiano?

Dovrebbe trovare unità di intenti facendo rete con maggiore convinzione. Spingere l’acceleratore per fare riconoscere da parte del Ministero della Cultura le tante realtà produttive che esistono nel nostro paese. 

Se dovessi scegliere e le due parole chiave che caratterizzano ABNO nella costellazione del “jazz made in Sardegna”?

Competenza, esperienza.

E per finire: un consiglio di ascolto con protagonista OJS?

Sono tanti i progetti che abbiamo registrato e messo su CD. Potrei consigliarne due registrati in periodi lontani tra loro. Bess, You Is My Women Now da “Porgy and Bess”, suite per tromba e orchestra di Gil Evans da G. Gershwin, trascrizione di G. Schuller con Paolo Fresu tromba solista e David Linx voce (pubblicato da Il Manifesto CD nel 2001 e ristampato per Parco della Musica Records nel 2005), e Tuba Mirum da “Jazz Requiem Mass” di Bruno Tommaso (pubblicato nel 2022 dalla nostra etichetta indipendente JazzOp Records).

Link al programma (to) be in jazz 2023
Scheda socio I-Jazz Associazione Blue Note Orchestra – OJS


Categoria: In evidenza Tag: Associazione Blue Note OJS, festival, Gavino Mele, intervista, jazz, JazzOp, Orchestra Jazz della Sardegna, Sardegna, Sassari, Scrivere In Jazz, to be in jazz

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