Pubblicato il 31/03/2025
Se il jazz è universalmente legato all’idea di improvvisazione, c’è un luogo nella geografia del jazz italiano in cui “improvvisare” ha molto a che fare con il ritmo con cui la natura, molto spesso negli ultimi tempi, comunica la propria vocazione bradisismica. Naturalmente stiamo parlando dei Campi Flegrei, territorio dall’anima imprevedibile e a a dir poco suggestiva, in cui da quasi venti anni l’Associazione Jazz and Conversation porta avanti la sua sfida all’insegna del dialogo continuo tra musica e paesaggio umano.
Un mix che racconta il progetto del Pozzuoli Jazz Festival meglio di tante recensioni e che deve molto della sua ‘energia’ (letteralmente) a un direttore artistico speciale, economista dai nervi saldi e operatore culturale innamorato della sua terra, Antimo Civero. Lo abbiamo incontrato, tra una scossa e l’altra, sorridente e propositivo come sempre.
Cosa significa per Antimo Civero impegnarsi per creare “un percorso in cui la musica incontra il territorio”? Un territorio come i Campi Flegrei decisamente ‘movimentato’
Per me significa stabilire una connessione profonda tra la musica e le caratteristiche uniche del territorio che lo circonda, in questo caso i Campi Flegrei, una zona dalla grande ricchezza storica, culturale e naturale, ma anche dal carattere dinamico e imprevedibile, come il fenomeno del bradisismo che ne segna il paesaggio. La musica, in questa visione, diventa uno strumento per esplorare, esprimere e valorizzare le caratteristiche di un territorio che, pur essendo in costante trasformazione, è ricco di energie culturali e di potenziale espressivo.

I Campi Flegrei, con il loro mix di paesaggi vulcanici, storia antica (come i resti romani e greci), la vitalità delle persone e le sostenibili sfide ambientali, sono un perfetto punto di incontro per una musica che può interagire con questi elementi e darne voce. L’idea di “incontrare il territorio” non è solo una metafora: è la volontà di far emergere come la musica possa essere una risposta vibrante ai cambiamenti, alle tensioni e alla forza intrinseca di un paesaggio tanto suggestivo quanto imprevedibile. La musica diventa così un mezzo per esplorare, esprimere e celebrare la bellezza di un territorio che, pur nella sua instabilità, ha una forza creativa che merita di essere raccontata e condivisa.
Per me, quindi, impegnarsi in questo percorso significa essere testimoni e protagonisti di un dialogo continuo tra l’arte musicale e il paesaggio umano, naturale e storico dei Campi Flegrei, restituendo una lettura della zona che va oltre il turismo e l’immagine superficiale, e che ne svela le sfumature più profonde e incredibilmente vive. La musica, in questo contesto, può essere un linguaggio che trasmette le emozioni di un territorio che cambia, cresce e, a volte, mette alla prova chi lo abita.
Se dovessi scegliere le due parole chiave che raccontano la storia del Pozzuoli Jazz Festival?
La prima è Cultura. Il Pozzuoli Jazz Festival è da anni una manifestazione che celebra la cultura musicale, con un focus particolare sul jazz, ma anche su molteplici forme artistiche e culturali che contribuiscono a rendere il festival un evento ricco e variegato. La cultura, in questo caso, non è solo quella musicale, ma anche quella legata alla storia, alla tradizione e alla vivacità della comunità flegrea.

La seconda è proprio Territorio. Il festival è strettamente legato ai Campi Flegrei e alla città di Pozzuoli, territori ricchi di bellezze naturali e una storia affascinante. L’incontro tra la musica e il paesaggio unico di questo territorio è ciò che rende il festival speciale, trasformando ogni evento in una fusione di arte, natura e cultura locale.
C’è una caratteristica ‘tipica’ nel pubblico del PJF?
Sicuramente la curiosità culturale. Il pubblico del PJF è composto da persone che non si limitano a godersi un concerto, ma che sono attratte dalla fusione tra musica e cultura, dalla possibilità di scoprire nuove sonorità e di approfondire la conoscenza del territorio che ospita l’evento. Sono appassionati di musica jazz, ma anche curiosi di esplorare il dialogo che il festival crea tra arte contemporanea, storia, paesaggi e tradizioni locali.

Questa curiosità è ciò che distingue il pubblico del festival, un pubblico sempre attento a cogliere sfumature ed emozioni non solo nella musica, ma anche nei siti molto suggestivi che ospitano gli eventi e nelle storie che vengono raccontate attraverso la musica e l’arte.
Momenti indimenticabili per il direttore artistico di Pozzuoli Jazz Festival ?
Ce ne sono tanti, a partire dal primo straordinario ospite, Renato Sellani. Ma forse il ricordo più indelebile resta il doppio concerto di Roy Hargrove Quintet e Roberta Gambarini all’interno del Vulcano Solfatara, un luogo unico, un’atmosfera suggestiva, meravigliosa, un’esperienza purtroppo irripetibile. Gli artisti decisero di esibirsi per dare supporto alla città e al nostro festival, davvero un gesto unico.

Ma Jazz and Conversation non è solo Pozzuoli Jazz Festival: quali altri progetti sono nati e quali collaborazioni hanno preso forma in questi anni?
In 19 anni di attività sono stati tanti, ma voglio ricordare i più significativi come, per esempio, il PJF Club, ovvero Tiratardi, mangia sano e suona molto jazz. Un circuito integrato e partecipato da tanti esercizi commerciali e anche da luoghi di rilievo, tra i quali l’incantevole Resort Calamoresca a Bacoli e la Residenza Storica di Villa Avellino, dove si seguiva fino a notte fonda la nostra offerta principale, i cosiddetti ‘concerti principali’.
E non posso non ricordare il circuito A.M.A. organizzato durante il Covid, con il supporto di I-Jazz. Un progetto e una produzione a cura di Jazz and Conversation che si è concretizzato grazie alla collaborazione del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, che ha consentito la realizzazione di numerosi eventi nei siti archeologici e nei comuni dell’area flegrea: Bacoli, Monte di Procida e Pozzuoli. Una rassegna partita online il 22 marzo 2021 con l’obiettivo di contribuire alla diffusione delle manifestazioni culturali che non era stato possibile svolgere in presenza a causa della pandemia, e per dare un concreto e immediato sostegno al settore dello spettacolo dal vivo, che da oltre un anno aveva visto interrotte le proprie attività.

Artisti d’eccezione, del mondo jazz contemporaneo e non solo, si sono esibiti in siti suggestivi del territorio flegreo per regalare momenti unici di musica con la visione di bellezze straordinarie. Un’esperienza riconosciuta pubblicamente dall’allora Ministro della Cultura come un esempio del corretto utilizzo dei fondi e degli indennizzi previsti agli operatori del settore da parte di un’associazione che non aveva mai ricevuto fondi Fus.
Non da ultimo vorrei ricordare anche le Conversazioni in Musica e Cultura, una serie di incontri con autori, musicisti e scrittori, e il nuovo format Pozzuoli Guitar Fest che dedica un’attenzione particolare alla musica classica, e che è curato da me e dal M° Andrea Aymone.

Qualche anticipazione sull’edizione 2025? O un sogno nel cassetto?
A dire la verità da qualche anno stiamo concentrando gli sforzi su alcuni aspetti organizzativi, sulla compagine e, soprattutto, sulla futuribilità dell’associazione. Se posso usare l’espressione, direi ‘il dopo di noi’ e, in termini espliciti e sostanziali, su come creare un impatto sul piano sociale e rendere partecipi i giovani sia nella fruizione e soprattutto nella partecipazione attiva in quella che definisco “autodifesa culturale”. Un obiettivo sempre presente nelle mie considerazioni.
Per quanto riguarda il festival, seppur ridotto negli ultimi anni, e solo in parte per l’indeterminatezza dovuta alla crisi bradisismica, abbiamo organizzato in questi giori uno straordinario incontro con Giuseppe Andaloro uno dei massimi pianisti a livello internazionale. Per il 30 aprile, International Jazz Day, vogliamo soprattutto dare una testimonianza di vitalità e vicinanza al territorio flegreo e alla sua gente in questo periodo davvero difficile che stiamo vivendo.
Il 21 giugno, apertura dell’edizione 2025 del festival, è in programma un progetto speciale Fra due pianoforti. Rimbalzi fra classica e improvvisazione con Roberto Ciammarughi e Marco Scolastra. Un progetto che si svolgerà in un luogo simbolo e suggestivo, ai piedi dell’Acripoli di Cuma, la prima polis greca dell’Occidente, all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei. E sempre in giugn è in programma oJazz Frames, un omaggio ai compositori jazz che hanno scritto per il cinema, a cura dell’Associazione Dissonanzen e del suo direttore Marco Sannini, che dirige i laboratori Jazz del Conservatorio di San Pietro a Majella, con cui abbiamo una proficua collaborazione già da tempo.
Avete scelto come frase clou della vostra comunicazione “Senza musica la vita sarebbe un errore”, soprattutto perché….
… soprattutto perché la musica è una forza universale che attraversa il tempo e lo spazio, un linguaggio che va al di là delle parole e delle convenzioni. La musica è in grado di esprimere ciò che spesso è difficile da comunicare, toccando corde profonde dell’animo umano. Senza musica, la vita perderebbe una delle sue forme più pure e potenti di comunicazione emotiva, connessione ed espressione creativa.

È il battito che accompagna ogni emozione, la vibrazione che unisce culture, individui e generazioni, rendendo ogni momento di vita più ricco e significativo. Per usare le parole del mio amico Gennaro Mirabella: “La vita senza musica… è come un corpo senza anima”.
Colonna sonora (rigorosamente jazz) per le giornate più ‘movimentate’?
Il primo brano che mi viene in mente è Giuseppe Andaloro che suona il Jazz Etude No.3 di Nikolaj Girševič Kapustin, un pianista e compositore russo, morto nel luglio 2020, che univa influssi di musica classica e jazz, utilizzando idiomi del jazz classico in strutture formali. E se posso aggiungere un brano evocativo, almeno per me poiché ne abbiamo fatto un video piuttosto bello nel vulcano solfatara, Nuvola Grigia tratto dall’album “Lunaria“ di Luca Aquino, con un meraviglioso e indimenticabile artista, Roy Hargrove.
Foto di Maurizio Magnetta
