Va ricordato anzitutto il contenuto essenziale dell'art.43, comma 3 della L.n. 289/2002, secondo cui “al fine di perseguire l’obiettivo di ridurre il contenzioso contributivo, i compensi corrisposti ai lavoratori a titolo di cessione dello sfruttamento del diritto d’autore, di immagine e di replica, non possono eccedere il 40 per cento dell’importo complessivo percepito per prestazioni riconducibili alla medesima attività. Tale quota rimane esclusa dalla base contributiva e pensionabile”. La detta percentuale rappresenta una sorta di “franchigia” , cioè un importo escluso dalla base contributiva e pensionabile. In pratica per i lavoratori dello spettacolo il titolare dei compensi a loro corrisposti deve essere “modulato” per il 60% a titolo di remunerazione della prestazione con connotati artistici e per il 40% a titolo di remunerazione della cessione dello sfruttamento del diritto d’autore, di immagine e di replica. Orbene il fatto che il compenso per cessione del diritto d’autore non possa eccedere l 40 % dell’importo totale per prestazioni riconducibili alla medesima attività presuppone sempre un rapporto di lavoro tra l’artista da un lato e la sua controparte che, a seconda della veste contrattuale utilizzata, è il datore di lavoro, il produttore, il committente. Di solito, le parti stabiliscono un compenso per la prestazione lavorativa ed un compenso per la cessione del diritto d’autore. Se il compenso per il diritto d’autore super il 40% della somma totale dei due compensi, allora la parte eccedente il 40% del compenso viene considerata compenso per lavoro e sottoposta anch’essa a contribuzione.