Domenica 18 marzo prende il via la nuova edizione di San Vito Jazz, un appuntamento atteso per gli amanti del jazz del Nord Italia. Un programma caratterizzato da tre concerti di assoluto valore, che pongono l'attenzione sui suoni del mondo. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Flavio Massarutto.

San Vito Jazz è ormai alle porte, nove edizioni nel 2018: cos'è cambiato nel corso di questi anni?

"Siamo partiti inaugurando un bellissimo spazio restaurato: il Teatro Sociale Arrigoni, un piccolo gioiello di teatro all’italiana nella centrale Piazza del Popolo. San Vito al Tagliamento è un paese di quindicimila abitanti con una vivace attività culturale che abbraccia musica, teatro, cinema, arte contemporanea. All’inizio ci siamo dovuti far conoscere, conquistare la fiducia del pubblico, che per forza di cose non può essere composto solo di appassionati, ma siamo cresciuti con continuità, arrivando a fare il tutto esaurito in prevendita. Dal 2017 l’amministrazione Comunale, che organizza la rassegna con l’Ente Regionale Teatrale, ha deciso di spostare la sede nel più capiente Auditorium Comunale, e siamo passati da 180 posti disponibili a 400. Un bel salto! 

La risposta del pubblico è stata ottima e l’identità del festival è rimasta la stessa: nessuna limitazione stilistica, attenzione agli artisti del territorio, valorizzazione dei progetti originali. Dall’inizio abbiamo un felice rapporto con Radio Rai Tre che trasmette alcuni nostri concerti; dall’edizione scorsa ben due e su tre! Insomma San Vito Jazz è diventato un appuntamento riconosciuto e apprezzato. Anche se ogni volta è una sfida".      

Tre concerti che sembrano avere tutti un medesimo filo conduttore: la contaminazione tra culture. Mi sbaglio?

"L’incontro tra culture, linguaggi, pratiche è all’origine del jazz, ne è l’essenza, il passato e il futuro. Penso che l’identità del jazz sia mutevole, ibrida, porosa. Senza incontro non c’è stupore. Per questo ogni volta che fai jazz inevitabilmente ti poni di fronte al problema dell’incontro con l’Altro. Sono temi di calda attualità, come sappiamo. Questo è vero sia nel caso di musiche connotate da un particolare luogo di provenienza, come il tango di Melingo e l’incrocio con la musica araba di Hyper e Amir ElSaffar, ma anche per un linguaggio ormai universale come il blues; basti pensare al primo concerto Immaginario Blues del trio di Juri dal Dan con Francesco Bearzatti".

Grande attenzione alla contemporaneità e ai suoni del mondo, in questa edizione "si parlano" molte lingue diverse. Con quali criteri compone la programmazione?

    "Ho sempre cercato di perseguire una idea del jazz aperta. Uno dei maggiori limiti di una certa immagine del jazz è la sua autoreferenzialità, da setta esoterica. Si scambia la genuinità con una risibile idea di purezza. Un altro difetto è quello dell’abuso dei repertori. Mi piacciono i musicisti coraggiosi, che rischiano, che creano musica nuova. Amo le forti personalità. Per questo cerco di proporre formazioni con queste caratteristiche, pur sapendo di rischiare molto perché spesso sono poco conosciuti. Diciamo che non avendo poi gradi risorse abbiamo fatto di necessità virtù e questo alla fine ti rende più libero. Certo se dovessi riempire una piazza, le scelte sarebbero diverse, ma non per questo bisogna per forza cadere sempre sui soliti noti. Fare una direzione artistica comporta una grande responsabilità perché bisogna essere onesti con il proprio pubblico, non deluderlo e non crogiolarsi nelle proprie certezze. Si impara molto nel fare questa cosa. Per me significa essere stimolato ogni volta ad ascoltare, cercare, studiare, riflettere. Imparo ogni volta anche io".

    Secondo la sua esperienza e il suo occhio critico, che futuro ha il jazz in Italia?

      "Penso che l’Italia non abbia mai avuto tanti bravi musicisti come oggi. Io sono sorpreso dalla quantità di giovani che ogni anno si affacciano nel mondo del jazz. Oggi le istituzioni scolastiche insegnano jazz quasi ovunque. Per contro le possibilità di fare musica dal vivo si sono ridotte drasticamente e non intendo i festival, dove per forza di cose la presenza degli italiani è limitata, ma i club, i locali dove è possibile sperimentare, dare forma alle proprie idee. La legislazione in materia è antiquata con assurdi pesi fiscali. Questo crea un paradosso. Aumentano i musicisti e la qualità ma calano le possibilità di suonare. Bisogna spezzare questo circolo vizioso. Che senso ha imporre tasse su concerti fino a 100 persone? Una follia!

      Un altro tema è quello delle istituzioni musicali. In Italia pesa tantissimo l’eredità classica e operistica. I teatri sono finanziati ma nella loro programmazione il jazz non esiste. Nella mia provincia il Teatro di Pordenone non ha una programmazione jazz, ma solo qualche singolo evento. Eppure ha ingenti finanziamenti. Un altro esempio: Radio Rai Tre si occupa in modo serio e importante delle musiche d’arte; il jazz ha una serata su sette. Forse sarebbe il caso di aumentare lo spazio non credi?

      Per fortuna abbiamo una rete di festival e rassegne importanti, solide e radicate. Oggi si può ascoltare jazz ovunque. Dispiace vedere che questo patrimonio non sia valorizzato come meriterebbe puntando sulla qualità. Il caso del Torino Jazz Festival è emblematico: con la direzione artistica di Stefano Zenni in sole due edizioni era diventato un festival importante. Però la politica ha voluto chiudere quell’esperienza. Abbiamo bisogno di una politica amica del jazz e in questo senso ho visto con grande favore il protocollo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali appena siglato".  

      Come vede la nascita della Federazione Nazionale "Il Jazz Italiano"?

      "Con felicità e speranza. È l’inizio di un percorso che potrà dare i suoi frutti. Fare sistema è fondamentale".

      Pubblicato: Lunedì, Marzo 5, 2018 - 15:23